ELFO PUCCINI: Nell'inferno del freddo bruciati tutti i libri resta solo il suicidio

Siamo nella casa di un prof di letteratura in una città universitaria sconvolta dai bombardamenti. Quelle dell'assistente Daniel e della studentessa Marina non ci sono più. Il prof dà asilo ai suoi pupilli, ne deriva una triangolazione intergenerazionale: un grottesco caso di «ricongiungimento familiare». È inverno, si gela. Esplode anche l'ateneo: riscaldarsi sui tubi nei seminterrati, non si può più. In casa i mobili sono già finiti tutti nella stufa. Per sopravvivere ancora ai «barbari» restano solo le sedie, che non si possono gettare al fuoco. E tanti "Libri da ardere".

Il testo dell'autrice "cult" belga Amelie Nothomb, vorticoso, verboso, tagliente, è un "post-beckettiano" mix di ironia nera e malizia, uno spietato meccanismo di analisi della natura umana. Rimesso in scena con eleganza sferzante (dopo un primo allestimento a inizio Duemila) dalla regista Cristina Crippa, con il Teatro dell'Elfo di Milano e La Corte Ospitale di Reggio Emilia, si è rivelato una autentica chicca di prosa contemporanea, meritatamente applauditissima mercoledì al Teatro Municipale nella rassegna "Altri percorsi" della stagione di prosa "Tre per te" di Teatro Gioco Vita.

Il prof in velluto è, oggi come ieri, uno strepitoso Elio De Capitani, incarnazione dell'odioso, vile, eppur adorabile cinismo di un uomo imbruttito dalla guerra e arreso all'imbestialimento collettivo. I giovani amanti dei bravissimi Angelo Di Genio e Carolina Cametti tremano, urlano, tra isteria e disperazione si arrabbiano con la forza che gli rimane. Il prof intima «dignità», poi sedurrà la ragazza sull'orlo di ibernare, «di una bellezza patetica che rifugge nell'impertinenza». Per lei il prof è «solo una boule dell'acqua calda» eppure ciò che avviene tra loro accade anche nelle pagine del fantomatico "Ballo dell'osservatorio": rivalutato dal maestro che a lezione lo stroncava. È il libro cui si aggrappa Marina nel suo vitale bisogno di bellezza. L'ultimo volume sfinire nella stufa; la prima persona a lasciare la stanza, per sempre.

Marina è ossessionata dal gelo perché se «l'inferno è il freddo» (parole di Georges Bemanos, tra i pochi autori citati reali) «io sono all'inferno». Il freddo è metafora dell'imperante disprezzo per la bellezza, la guerra una situazione limite, i libri una concreta allegoria di ciò che ancora distingue l'uomo dalla bestia. Il tema centrale dei dialoghi, serratissimi, ritmati da una regia straniante, da una recitazione "jazzata": sopra le righe, che dà corpo al paradosso, insieme alla dura esplicitazione delle didascalie e al "thrilling" di una graffiante colonna sonora "in bianco e nero" (Jean-Christophe Potvin), resta la funzione della cultura nella vita dell'uomo. Ma il puro desiderio di sopravvivenza finirà per trasformare anche i tre "resistenti" in "barbari". Bruciato l'ultimo libro, non resta che suicidarsi con eleganza, esponendosi in piazza a una bomba o un colpo di mitra. Ultimo ad uscire dalla porta sarà ovviamente il prof. Non prima della fiammata finale, mentre cala il buio e una folata di neve soffia già sinistra.

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