ELFO PUCCINI: Ferdinando Bruni, demiurgo di una Tempesta da riscoprire

I manichini dei potenti si agitano in semicerchio, litigiosi e arruffoni; fin dall'inizio della storia dell'umanità; in qualche gran consiglio, in qualche corte dei signori, in qualche senato oligarchico, in qualche fetido consiglio comunale. Autoreferenziali e sordi. Finanche assurdamente incuranti di esser finiti per incantesimo in mezzo al nulla.

Sarebbe stato contento James Ensor nel vedere i protagonisti dei suoi quadri prendere vita nell'isola del naufragio de "La Tempesta di Shakespeare", in questo prezioso allestimento pensato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia.

Contento che la miserabile umanità dei piccoli loschi traffici, tutti interni al consesso civile, fossero sbattuti derelitti in un angolo remoto del pianeta, dove invece che costruzioni metropolitane, a far da sfondo a queste mascherine scheletriche sono nature morte di arte povera, stile Kunellis o Penone, anche se l'impianto scenico di questo storico allestimento (di quindici anni fa) del Teatro dell'Elfo, ripreso e come allora interpretato da Ferdinando Bruni, si arricchisce ora di qualche ulteriore ammennicolo magico-infantile, come le conchiglie che si illuminano, le altre sculture di scena di Giovanni De Francesco, o come quelle pagine di trattato magico che fanno da quinte alla scena e che svaniranno l'istante in cui Prospero deciderà di seppellire il suo libro.

De "La Tempesta" occorre sapere, forse più di tutto, che è una delle ultime creazioni organiche, e comunque l'ultima commedia, realizzata da Shakespeare per il teatro.
Questa riflessione spiega innanzitutto la presenza del personaggio dell'artefice magico, del demiurgo creatore capace di epifania, visione, illusione.
Bruni in questo è particolarmente fedele all'intento dell'opera testamentale, che prima di tutto è un pensiero sul ruolo dell'arte nella vita degli uomini, in cui tutto nasce quando la bacchetta della creatività si agita e tutto finisce quando la si sotterra.

L'attore e regista sceglie così di ridurre in forma di monologo corale il testo, portando in scena, oltre al suo corpo, le molte voci dell'opera del Bardo, che si incarnano in burattini realizzati con oggetti di risulta, ma con una cura e una grazia particolare. Una gabbia da cui pende un uovo fa da bacino per Miranda, mentre Ferdinando prende vita dalle gambe ruotate di un mobiletto da soggiorno. Gli altri sono scheletrici manichini.

Gli unici ad avere sembiante umano fra questi sono le figure dei due giovani innamorati e lo spirito Ariel, mentre Bruni, in lungo cappotto, è Prospero, il solo (insieme ai servi, come diremo) ad essere in dimensione naturale umana, e senza maschera. Una scelta forse che va proprio nella direzione della sovrapposizione del personaggio magico con quell'artefice demiurgo di cui parlavamo prima, con la magia del teatro che nasce e muore dalle sue mani, così come le creature, i fantasmi della fantasia.

Una bravura che si fa dichiarazione d'amore per il teatro, quella di Bruni in questo lavoro, una messa al servizio totale, sfiancante, con una prova d'attore che per essere giudicata nella sua faticosa compiutezza dovrebbe essere vista.

Gli altri personaggi sono mostri, scheletri e derivazioni di parte dell'umano che si fa bestiale, in un simbolismo grottesco che menziona senza nominare, si sforza di sublimare le identità teatrali in tipologie umane, appoggiandosi qui e lì al dialetto di origine dei vari soggetti.
Per indagare la parte dell'animalità di cui tutti siamo portatori e che l'uomo non può alienare da sé.

In questo il teatro, la macchina del teatrino, la cui traballante impalcatura appare ad inizio spettacolo come nave nella tempesta, è l'unico marchingegno capace di insegnare all'uomo a far pace con i propri demoni.

Ad aiutare Bruni fra le pieghe del testo e dei personaggi, con mimetica grazia nella movimentazione dei burattini, ci sono Filippo Renda e Simone Coppo per la parte fisica, e Mauro Ermanno Giovanardi, Fabio Barovero e Gionata Bettini per la robusta ma mai invasiva parte di musica, suoni e rumori, che si integrano bene all'interno dello schema di luci ed effetti affidato alla consueta maestria di Nando Frigerio, che gioca sui colori caldi dell'arancione, del giallo tropicale, contrastato alla sabbia bianca su cui sono poggiati oggetti e relitti di mare, come libri e altri simboli dell'umano vivere, la cui unione casuale pare aver dato vita a questi burattini.

Questa produzione dovrebbe non solo risorgere più spesso dai remoti mari del fantastico, ma anche girare.

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