ELFO PUCCINI: Bruni e «La tempesta» scelgono l'irreale

Macchina vocale di potenza orchestrale, orgia di sonorità e intonazioni, tripudio di duttilità interpretativa, Ferdinando Bruni, dimostra su palco del Piccolo Eliseo la sua maturità artistica in una riduzione da camera de «La tempesta» shakespeariana in cui affida a un Prospero di sicura e magica destrezza un arsenale delle apparizioni popolato di fantocci, burattini e ombre.

Una scenografia sospesa e irreale, con due ventilatori in alto, una pedana di evidente riferimento metateatrale in basso, tendaggi in primo piano e una carretta da comici itineranti sul retro, ambienta un lavoro per attore solitario e virtuoso pronto a cucirsi addosso tutti i ruoli alludendo ai personaggi soltanto per slittamenti verbali. E il pensiero corre inevitabilmente al Cotrone pirandelliano, al suo volontario straniamento, all'aria favolosa della sua residenza circondata dal mare, come pure al desiderio di un teatro che utilizzi il meccanismo onirico e i personaggi epifanici in cui si manifesta l'inconscio di ognuno di noi. Referente implicito di novecentesca memoria, anello di congiunzione verso la contemporanea avanguardia, il testamento pirandelliano sul significato dell'arte nella nostra società si affratella all'ultimo contributo drammatico del bardo in questo omaggio al potere di suggestione del singolo eretto a univoco ed esaustivo strumento di rappresentazione.

Esiliato su un isola con «i libri che valgono più di ogni ducato», Prospero dialoga qui con un Ariel di aleggiante biancore che si esprime attraverso laceranti soffiati e si sforza di ricostruire in prima persona, con vocazione a un virtuale moltiplicarsi, una trama sintetizzata in brevi interventi da illusionista della visione e della parola.

In un raffinato formalismo che sollecita l'occhio e l'orecchio prorompe con maggiore impatto emotivo la scena da teatro dei burattini dedicata ai marinai Stefano e Trinculo che si confrontano in dialetto salentino, evocando ritmi epici da cunto siciliano e melodie confortanti da pizzica.

Una compagine di perfetto nitore accoglie una prova attoriale così rigorosa da correre il rischio di raggelare lo spettatore se non fosse per quel commiato senza microfono in cui la voce nuda sussurra «i nostri giochi sono terminati, i nostri attori erano spiriti e si sono spenti». La «visione inconsistente» è smascherata, denunciando la corrispondenza fra la brevità della nostra vita e l'attimo fuggente del sogno e suggellando il congedo della platea con un'invocazione che è già preghiera: «mi renda libero la vostra indulgenza». L'applauso gratifica il personaggio, premia l'attore e assolve il pubblico.

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