ELFO PUCCINI: La tempesta

L'isola di Prospero è una baracca di Mangiafuoco, un teatrino di marionette da paese con le sue figure inerti appese sotto e lui, lo spodestato duca di Milano, issato in cima che urla e declama come un imbonitore da fiera, la palandrana scura, il cappello a cilindro sdrucito ornato da una specie di corona incorporata. Mutando voce, pronuncia le battute di tutti i personaggi, e attribuisce loro una precaria consistenza grazie alle sinistre bambole dislocate alla ribalta come relitti abbandonati dal mare: ma dire che infonda in esse la vita sarebbe eccessivo, tanto appaiono astratte e stilizzate.
In fondo La tempesta è anche un viaggio nella coscienza, il percorso interiore di un uomo piegato dalla sorte che comanda alle proprie fantasie e richiama attorno a sé le ombre del passato: non è dunque fuori luogo trasformare questo estremo addio di Shakespeare alle magie del teatro in un convulso soliloquio in cui il protagonista si sdoppia, si moltiplica, si proietta al di fuori di se stesso per addentrarsi in febbrili paesaggi mentali. E in quello spazio della psiche popolato di fantasmi e apparizioni, non risulta affatto riduttivo che i suoi interlocutori siano presenze di legno e di plastica.

Questo inserimento delle marionette è a mio avviso l'aspetto più interessante dello spettacolo: operare con strumenti del genere, per chi non vi è avvezzo, rischia sempre di tradursi in un gioco banale e privo di spessore. Qui il pericolo è schivato alla grande, e non solo per l'aspetto che l'artista Giovanni De Francesco ha dato alle sue "sculture di scena", che sono macabre, mostruose, con piccoli teschi al posto delle teste, arti ossuti e scarnificati: per citarne solo un paio, Miranda ha una gabbietta da uccelli al posto della parte inferiore del corpo, Ferdinando ha tre gambette munite di rotelle.
Ancora più affascinante, di fatto, è il modo in cui questi esserini da incubo sono manovrati "a vista" dal protagonista e da due assistenti incappucciati nello stile del Bunraku: letteralmente, essi vengono mossi, spostati nello spazio, senza intenti di imitare o riprodurre la naturalezza dei gesti umani, con azioni gelidamente rituali. Ad essi si aggiunge l'esotica maschera da mamutones di Calibano, che sembra esistere anche staccata dall'attore che la indossa, il cupo drappo col volto dell'arpia, o una minuscola giostra con inquietanti pupazzetti che girano a ritmo vertiginoso.
Ovviamente la vicenda della Tempesta è stratificata, complessa e non è neppure sorretta – come SdisOrè – dalla lingua visionaria di Testori. Reggerla in totale solitudine non è facile per Ferdinando Bruni, che con Francesco Frongia è anche regista del progetto: e infatti a tratti si avvertono fasi di stanchezza, piccole zone di vuoto in cui il racconto pare ripiegarsi su se stesso, malgrado i tentativi di ravvivarlo con la densa colonna sonora di tre diversi compositori, Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus, Fabio Barovero dei Mau Mau e il musicista elettronico Gionata Bettini.
Ma l'intreccio, certo, bisogna darlo un po' per scontato, e lasciarsi andare alla trama combinata di immagini e parole, apprezzando come merita un Bruni davvero in continua crescita: esuberante e istrionico quando canta, quando fa parlare i suoi fantocci, quando ardisce seguire le orme di Carmelo Bene recitando con vari accenti tutti i ruoli, sembra però più sottilmente ispirato nei momenti in cui esce dalla parte per restare solo con quell'Ariel e quel Calibano che sono come emanazioni della sua anima.

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