ELFO PUCCINI: La maratona "Angels" conquista il pubblico con l'effetto serie tv

Quasi sette ore di spettacolo, più quattro intervalli. Si entra in teatro alle tre del pomeriggio, si esce alle undici e mezza. Stremati forse, felici sicuramente. Perché, come per la temperatura, c'è una durata reale e una percepita. Non sempre corrispondono. Effetto Angels in America, ripreso dall'Elfo a dieci anni dal debutto per la gioia di un pubblico che, alla versione in due serate distinte (Si avvicina il millennio e Perestroika), preferisce nettamente la formula maratona. Tutte esaurite quelle in programma, aggiunta una straordinaria il 23 novembre. Le abbuffate teatrali vanno di moda quasi quanto quelle delle serie tv, alcune però sono più speciali di altre. Generano endorfine. A mezz'ora dall'inizio, il colpo d'occhio sull'ingresso è londinese, rimescolamenti anagrafici, di stili e gusti, signore in cappottino firmato, ragazzi in felpa e cappuccio, tacchi vertiginosi su piedi maschili, professoresse e capigliature shocking. Foyer affollato, i veterani che lo videro e lo amarono allora, i neofiti eccitati dall'impresa. Sciamano verso la sala Shakespeare, fuori lo struscio di corso Buenos Aires, dentro il prodigio del teatro che «ferma il tempo ordinario del quotidiano per immergersi in un tempo stra-ordinario», dice Elio De Capitani. Con Ferdinando Bruni onore al merito ha portato in Italia il testo di Tony Kushner. Capolavoro indiscusso, Premio Pulitzer nel 1993, quindi incoronato dall'ammissione nel Western Canon di Harold Bloom che, come si sa, non era di manica larga.

Prima scena: un funerale ebraico degno di Philip Roth. Siamo a New York, negli anni '80 falcidiati dall'Aids, emergenza e insieme metafora di un'epoca. Tra Manhattan e Brooklyn, ristoranti esclusivi e monolocali, ospedali e tribunali, si incrociano destini e amori (soprattutto gay), le vie del sesso e quelle della politica, le religioni dei padri e i peccati dei figli, angeli in cerca di profeti e allucinazioni al valium, commedia e tragedia. Si sale e si scende sulle montagne russe di un'epopea che ha il respiro della saga, la profondità di una meditazione, l'eccesso raffinato dell'estetica camp. Smisurata per vastità di riferimenti, godibilissima per ritmo, dialoghi e personaggi. Spregiudicata, ironica, epica. E spudoratamente sentimentale. Un grande romanzo americano in forma di teatro. Si ride, si piange (alla fine soprattutto), grati e quasi stupiti: a teatro è ancora consentita l'emozione. Con l'apparizione dell'angelo, che ha conservato il suo splendore, il sipario si chiude sulla prima parte. La pausa è di un'ora abbondante. Bistrot Olinda preso d'assalto, buon umore, clima di festa, si discute, si chiacchiera, engagement e frivolezze. Lo spettacolo di Bruni e De Capitani non ha perso un briciolo di smalto. Menzione speciale ai nuovi video di Francesco Frongia e alla coralità del cast che mescola generazioni di "elfi". Restano Cristina Crippa, Ida Marinelli, Umberto Petranca, Sara Borsarelli e naturalmente De Capitani, nei panni dell'avvocato Roy Cohn, gigantesco villain shakespeariano aggiornato al maccartismo, entrano Angelo Di Genio, Giusto Cucchiarini, Alessandro Lussiana, Giulia Viana, tutti bravi, rappresentazione plastica di una joie de vivre teatrale contagiosa. «Dal palco sentiamo la tensione del pubblico come fosse un tappeto elastico», continua De Capitani. Dà gusto l'esperienza fuori norma, ad appagare è l'immersione profonda in storie che non sono le nostre ma ci commuovono come se lo fossero. Al gelo di un paradiso di angeli che vorrebbero fermare il mondo preferiamo la vita sulla terra e l'imperfezione degli esseri umani. Non tutto è perduto. Bello che ogni tanto qualcuno ce lo dica e soprattutto sappia come dircelo. Applausi.

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