ELFO PUCCINI: Nel mondo poetico e anarchico di Pascoli

ECCOLO QUI, PAOLO POLI, CON I SUOI QUATTRO BOYS E I SUOI COSTUMI FANTASTICAMENTE MULTICOLORI MASCHILI O FEMMINILI POCO IMPORTA. Quello che conta infatti dentro le belle scene di Emanuele Luzzati che si ispirano a quadri famosi è infatti lui, l'ottantatreenne ever green attore fiorentino, la sua intelligenza scenica, il suo umorismo deciso ma mai volgare anche se a doppio o a triplo senso. Dopo avere portato in scena Gozzano, Fogazzaro, Niccodemi, Savinio, Palazzeschi ma anche Apuleio, Parise e la Ortese eccolo questa volta dare voce al mondo all'apparenza tranquillo e lacrimevole di Giovanni Pascoli, in cui sembrano dominare i buoni sentimenti ma in realtà percorso da infelicità segrete, bambini dai «bei capelli ad onda» morti, padri uccisi, querce sradicate, uccelli senza nido, aquiloni che si librano felici nel cielo per poco tempo... E proprio Aquiloni si intitola lo spettacolo in scena con successo all'Elfo Puccini di Milano e prossimamente all'Eliseo di Roma: non solo una scampagnata nel mondo poetico di Pascoli da Myricae ai Canti di Castelvecchio, ai Poemetti ma anche un'incursione dentro il suo mondo politico e sociale, la sua simpatia per l'anarchismo, il suo sostegno alla prima guerra libica (celeberrimo il discorso «La grande proletaria si è mossa»). Insomma: l'uomo Pascoli, il suo stile, la sua lingua, le sue rime, ma inserite dentro un tessuto musicale e sociale che ne evidenzia peculiarità poco indagate di cui Poli è voce, catalizzatore ironico e coltissimo.

Così la canzone anarchica Addio Lugano bella acquista una valenza diversa cantata dai suoi quattro compagni di scena (Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco che però non hanno la sua forza interpretativa) e dallo stesso artista, ecco le furbette canzoni d'epoca come Vieni pesciolino mio diletto vieni diventare un arguto vocabolario di strizzatine d'occhio e di sottolineature farsesche e le stesse poesie pascoliane trasformarsi in una sorta di filastrocche per bambini.

Capostipite di un linguaggio teatrale che mescola diversi riferimenti, giocato sul gusto del travestimento ma senza la violenza delle drag queens americane o la grevità della rivista più corriva, Poli è come sempre straordinario nel suo cambiare sesso e abiti (di Santuzza Calì), nei suoi vorticosi scioglilingua, nella sua recitazione trafelata in cui inserisce d'improvviso una sospensione, grazie alla funambolica capacità di rovesciare i punti di riferimento di un modo di vivere e di pensare come il nostro carico di luoghi comuni, di annullare quel tanto di retorico che pervade le icone intoccabili della cultura italiana. Basta che spalanchi gli occhi come una nata ieri della Belle Epoque e che canti una romanza di Tosti, che si inerpichi lungo le scale musicali delle canzoni scelte da Jaqueline Perrotin e balli sulle coreografie di Claudia Lawrence ecco Paolo Poli con tutto il suo smalto, la sua impagabile leggerezza, il suo urticante birignao. Inimitabile sia in pantalone che in crinolina.

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