ELFO PUCCINI: Bergonzoni: "Non solo risate per cambiare il mondo io urlo"

È furibondo con chi si è rassegnato al fastidio, con chi si è arreso, con chi reagisce a ignoranza, volgarità, disonestà solo con frettoloso disprezzo. Contro questo brutto mondo, italiano e non solo, Alessandro Bergonzoni impreca e lo fa con uno spettacolo più arrabbiato e ribelle degli altri, uno dei suoi inquieti copioni da comico non ammaestrato che per la prima volta, però, nella trentennale carriera, parte da noi, dai temi della nostra vita: un urlo contro la realtà («Non nomi, non faccio satira, ma racconto politico»), un quarto d'ora a sera contro un tema o un altro, a seconda dei fatti del giorno, incorniciato nel suo teatro di sempre, fatto di fisicità, frastuoni, invenzione di nuove parole come nuovo pensiero. Lo spettacolo, regia di Bergonzoni e Riccardo Ridolfi, debutta lunedì 25 al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, poi in tournée tra Firenze, Udine, Cagliari e cade in un momento fecondo: l'approdo su iTunes con sette spettacoli ora scaricabili, la mostra di pittura che si aprirà in dicembre a Bologna, l'impegno alla Casa dei Risvegli con un nuovo spot, suo unico passaggio in tv. E vivaddio, per scelta. Lo spettacolo si intitola Urge e, dice Bergonzoni «è per la gente pronta a sentire cose diverse».

Diverse da che?
«Diverse dalla perdita d'intelletto, di cultura, di anima che c'è in giro. Diverse dai direttori dei rotocalchi patinati che diventano giornalisti e raccontano la storia del mondo, quello che io chiamo teppismo intellettuale. Il problema è che oggi abbiamo piste corte».

Che vuol dire?
«Parliamo di malattia solo se uno fa outing sul suo cancro, di omosessualità solo se uno lo confessa pubblicamente... come parlare di violenza solo se uno ha una figlia femmina. Bisogna allungare le piste di atterraggio della gente. È il "mono" che non serve più. Non puoi più essere solo cantante, o solo scrittore, o solo comico. Se sei madre devi anche essere figlio, padre... Una volta il medico era filosofo e pensatore. Anche la comicità da sola non può esistere, è filosofia, poesia...».

Basta col monopensiero, la specializzazione?
«È la voglia di non-monoteismo che mi ha spinto alla Casa dei Risvegli. Sono andato a vedere le facce degli stati vegetativi, nelle rianimazioni per vedere com'è un uomo vicino alla morte. e non per sostenere il mio pensiero. E lì che ho capito che la comicità è legata anche alla morte, che Calvino o Groucho Marx erano anche filosofi. La bestemmia che non sopporto è "distrazione": "Vado a teatro per distrarmi"... "La tv è distrazione di massa", come vorrebbe questo governo. Quella è delinquenza di massa. Non puoi slegare la comicità dalla morte, il sociale dall'arte, la politica dalla poesia».

Noi abbiamo Bondi che fa il poeta.
«Lasciamo stare i politici. Oggi la politica è una questione clinica. I nostri politici sono malati».

Di grandezza?
«Di piccolezza. Magari fossero malati di grandezza. Invece mancano di vastità, di quello che io chiamo voto di vastità. Oggi la sedazione uccide. Ecco: urgono sogni, che non sono l'auto nuova, la barca... quelli sono bisogni, non sogni. Urge profondità».

Ma lo spettacolo dice come si fa a cambiare?
«Con gli uomini nuovi. Bisogna investire negli asili, nei bambini non ancora condizionati, per avere tra dueo tre generazioni, politici diversi, uomini diversi. Uomini il cui interesse è l'altrove».

Lei invoca un cambiamento antropologico. Ridendo e scherzando.
«Certo, non ho cambiato registro. Lo spettacolo fa ridere, ma nella comicità c'è anche il serio, la surrealtà».

Bastano?
«Ci vuole anche energia. Potenza interiore. Metamorfosi, come dicevano Shakespeare e Dante. Dante oggi lo sappiamoa memoria. Ma quando votiamo, Dante dov'è? L'uomo nuovo coltiva le energie interiori e la ricchezza del mondo futuro sarà misurata col Pil: prodotto interiore lordo».

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