ELFO PUCCINI: Viva l'Italia – Le morti di Fausto e Iaio

"Carlo Giuliani ragazzo": così nel 2001 mani pietose reintitolarono simbolicamente, con una scritta in vernice, la piazza dove venne ucciso il manifestante contro il G8 di Genova. In luogo dei classici appellativi della toponomastica delle vie – poeta, musicista, patriota – quella semplice definizione, "ragazzo" indicava una vita spezzata brutalmente, nel pieno della suoi anni migliori, quelli della gioventù. Fausto e Iaio sono stati uccisi il 18 marzo 1978: epoche e circostanze diverse. Ma César Brie esprime la stessa sensibilità dell'anonimo estensore di quella scritta a Genova per raccontare Fausto Tinelli, e di conseguenza, Lorenzo Iannucci. Un ragazzo di sinistra, impegnato nel sociale contro lo spaccio, che amava divertirsi, frequentava il centro sociale Leoncavallo, aveva una passione per il blues, palpitava delle canzoni di Rino Gaetano. Era impressionato dalla strage degli agenti della scorta di Aldo Moro e rifletteva sulle tante vittime della lotta armata, verso cui provava sensazioni di disincanto e disillusione. Ironizzava sull'astrusità dei proclami delle Brigate Rosse. Un ragazzo come tanti, vittima di un gioco più grande di lui. Così Roberto Scarpetti lo racconta e Brie lo mette in scena da subito con la camicia chiazzata di sangue. È un morto che cammina, un cadavere ambulante. E, allo stesso tempo, è sempre, più che mai, vivo. Hanno ammazzato Fausto, Fausto è vivo, si potrebbe dire parodiando De Gregori. E il rosso che pervade e si insinua nel bianco, la morte che deflagra, è una cifra stilistica di Brie. Chi si può dimenticare quel telone bianco che si imbrattava progressivamente di sangue nella sua memorabile La Ilíada? Succede poi che l'assassino di Fausto gli spalmi il volto di rosso. Ma qui abbiamo anche il percorso cromatico inverso. Un'immagine con mille papaveri rossi scivola verso il bianco scandendo il passaggio verso un altro dramma della storia italiana, il ritrovamento del cadavere di Moro.

Devastanti, raggelanti sono i momenti di morte nello spettacolo, narrati e descritti in prima persona dagli stessi personaggi agonizzanti, attraverso i loro flussi di coscienza. E l'altro punto di forza del lavoro di Brie, ancora un pugno nello stomaco, è quello di entrare nella mente e nei sentimenti del carnefice, di illustrare il suo punto di vista con i suoi monologhi interiori. Cosa che Brie aveva fatto anche per gli squadristi che hanno represso nel sangue le manifestazioni contadine nello spettacolo Albero senza ombra. Impermeabile e gilet, un ragazzo dell'estrema destra romana, roso dall'ideologia, manovrato da poteri occulti. Inconsapevole di essere una pedina in un disegno più grande di lui. Viene poi messo in scena anche l'io narrante dell'investigatore. L'unico a non avere dignità di pensiero, a non essere scandagliato nella sua interiorità, è il funzionario di polizia insabbiatore e depistatore. Espressione senz'anima, in uno spettacolo pieno di ombre e manichini, di un potere occulto, tentacolare, oscuro travet della strategia della tensione.

E infine Brie rende lo spessore di tutte le vittime, che hanno costellato quel periodo cruento. Le connota come persone tangibili. Mostra i volti degli agenti assassinati della scorta di Moro, fa sfilare i nomi delle vittime della strage della stazione di Bologna e fa sentire la voce registrata vera, straziante, della mamma di Fausto.

Brie non rischia mai di scadere nel semplice cronachismo e si mantiene agli antipodi anche dalle tantissime, pur lodevoli, orazioni civili che imperversano nei nostri teatri. Descrive circostanze e fatti con cadenze omeriche, declinandoli con atmosfere da tragedia greca. In uno spettacolo che fa letteralmente venire i brividi lungo la schiena.

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