ELFO PUCCINI: In memoria di quel 1978

Negli anni Settanta si chiamava "teatro documento" e per ripercorrere la Storia faceva ricorso a grandi schermi, monitor, televisori in scena. A Cesar Brie, regista argentino milanese, non occorre tanto apparato per raccontare la storia di Fausto e laio in "Viva L'Italia", drammaturgia di Roberto Scarpetti. Una scarna semplicità degna dei modi di Peter Brook: tre teli di plastica di varia pesantezza e trasparenza, un parallelepipedo di legno grigio che diventa cabina telefonica, tana, panca o bara, a seconda della posizione, un pentolino che contiene un liquido rosso sangue. Basta. Poi ci sono cinque attori notevoli per mimetismo, disposti a passare da un ruolo all'altro, assassino, giornalista, commissario, vittime, madri e fidanzate, con sensibilità minimalista e senza effetti speciali, tranne la credibilità.
«Ci credo» (o «non ci credo») commentava icastico Stanislavskij alle prove. Noi ci crediamo. E ci lasciamo narrare la tragica inspiegabile fine di due diciottenni, Fausto Tinelli e Lorenzo lannucci, fatti fuori con otto colpi di pistola il 18 marzo 1978, due giorni dopo il sequestro Moro, su un marciapiede del quartiere milanese di Casoretto. Di certo c'è solo che l'arma era maneggiata da qualcuno che non voleva lasciare traccia. I due frequentavano il Leoncavallo, Fausto abitava in via Montenevoso 9 di fronte al palazzo dove verrà trovato un covo Br. «Vittime del terrorismo» (si presume neofascista), dice la pratica di archiviazione nel 2001, come se fosse una malattia.
Sars o Ebola, sepolti dalla Storia. Con una "finzione basata su fatti reali" il teatro sa far rivivere la memoria, accollandosi l'onere di quella che dovrebbe essere una rubrica fissa in tutti i media: "Com'è andata a finire?".

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