ELFO PUCCINI: Anni di piombo

La sera del 18 marzo 1978 c'è anche César Brie tra le migliaia di persone scese in strada dopo che Radio Popolare ha dato la notizia dell' omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci. Un corteo spontaneo, César lo ricorda «pieno di rabbia e di sgomento». Ha 24 anni, da tre è arrivato a Milano in fuga dall'Argentina della dittatura: gestisce il centro sociale Isola dove fa teatro, non conosce Fausto e Iaio ma quei due ragazzi del Leoncavallo ammazzati da otto colpi di pistola sono compagni, come si dice allora. Trentacinque anni dopo César Brie è il regista di Viva l'Italia (Le morti di Fausto e Iaio) scritto dal giovane drammaturgo romano Roberto Scarpetti, nuova produzione dell'Elfo, dove debutta lunedì. Sulla scena, concepita con la semplicità visionaria di cui Brie è maestro, ci sono Andrea Bettaglio, Massimiliano Donato, Federico Manfredi, Alice Redini e Umberto Terruso, pronti a moltiplicarsi nei numerosi personaggi di questa brutta storia mai conclusa: Fausto, la madre di Iaio Angela, il commissario della Digos che segue le indagini, il giornalista dell'Unità Mauro Brutto, uno degli assassini, qui chiamato Giorgio. E poi informatori, poliziotti, amici, mogli, sorelle.

César Brie, che cosa si ricorda di quella sera?
«La rabbia, la paura, le serrande di corso Buenos Aires che si abbassano, gli slogan durissimi. Ricordo che c'era una famiglia arrivata in macchina per prendersi un gelato da Viel, alcuni manifestanti se la presero con loro, io e altri intervenimmo per difenderli, la tensione era altissima. Non riuscii nemmeno ad arrivare al Casoretto. Ci andai la mattina dopo, sull'asfalto di via Mancinelli c'erano ancora il sangue e un lenzuolo».

Sia lei sia l'autore tenete a precisare che questo spettacolo non è un documento.
«È una finzione basata su fatti reali, romanzati per renderli paradigmatici di un preciso momento storico. Ci sono tutti i personaggi coinvolti. Parlano anche i morti e le loro voci si intrecciano per ricostruire la vicenda».

Nel 2000 l'inchiesta sulle morti di Fausto e Iaio è stata definitivamente archiviata "pur con forti indizi a carico di tre esponenti della destra neofascista". "Viva l'Italia" è un modo per rendere giustizia alle vittime?
«Preferisco pensarlo come un modo per conservare la memoria e aiutare i giovani a capire cosa succedeva in questo paese quando i loro genitori avevano la loro età. Mi sono molto documentato, ho parlato a lungo con Armando Spataro e ho capito che tutti quanti dobbiamo ripensarci rispetto a quegli anni».

In che senso?
«Ci assolvevamo troppo. Certe parole d'ordine che circolavano allora sono inaccettabili. Inaccettabile è imporre la propria scelta politica in disprezzo della democrazia. Per questo ho cercato di affrontare il testo mettendoci il massimo dell'attenzione etica e della cura».

Il teatro ha il potere di intervenire sulla realtà?
«La realtà è qualcosa che sta in agguato. Fare teatro significa occuparsi del presente, stanarlo attraverso immagini che mostrano ciò che si nasconde. Non ha effetti sul mondo perché è una nicchia, ma non morirà mai perché è l'arte più povera e umana che ci sia».

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