ELFO PUCCINI: Fausto e Iaio, la memoria che non muore

Milano si fermò, attonita, per la morte incomprensibile di quei due ragazzi: Fausto e Iaio avevano 18 anni e furono ammazzati a pistolettate nella notte, in una via buia di Lambrate dietro il centro sociale Leoncavallo. Era il 18 marzo 1978, due giorni prima era stato rapito, in via Fani a Roma, il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, la sua scorta sterminata dalla "geometrica potenza" del piombo Br.

Sono passati 35 anni e per quei due ragazzi morti a Milano si stenta a tenere stretto il filo della memoria. Lo riannoda Viva l'Italia, emozionante dramma teatrale messo in scena al teatro dell'Elfo, testo di Roberto Scarpetti, regia di César Brie. Un passo avanti rispetto al teatro civile: qui non c'è un narratore onniscente che spiega agli spettatori com'è andata la storia (e la Storia). Qui la Storia è narrata dai cinque personaggi che l'hanno vissuta. Ed è narrata attraverso i singhiozzi, le incertezze, i sentimenti, le disperazioni, le passioni dei ragazzi, degli uomini e delle donne che si sono trovati al centro di una vicenda nera. Perché sono stati uccisi, Fausto e Iaio? Dopo 35 anni e più d'una inchiesta giudiziaria e giornalistica, non abbiamo risposta.

Sulla scena essenziale e crudele come le strade del Casoretto negli anni Settanta, si muovono Fausto Tinelli, una delle vittime (interpretato da Federico Manfredi); Angela, la madre dell'altro ucciso, Lorenzo "Iaio" Iannucci (Alice Redini); uno dei tre ignoti fascisti che quella notte sparano (Umberto Terruso); il giornalista dell'Unità Mauro Brutto, che scrive e indaga tenacemente sull'omicidio (Massimiliano Donato); e il commissario della Digos Salvo Meli (il bravissimo Andrea Bettaglio). Le loro storie vere si nutrono delle parole verosimili che Scarpetti cuce loro addosso, intrecciando vita privata e storia pubblica, e Brie mette in scena, con un'intensità che ben capisce chi ha vissuto quegli anni. I cinque attori si moltiplicano in una girandola di personaggi, gli amici, i compagni, i camerati, i poliziotti. Straordinaria e umanissima la rabbia della madre, che arriva fino a inveire contro la figlia: "Tanto non serve a niente, anzi, se tu non cominciavi con la politica e le manifestazioni, magari tuo fratello era ancora vivo". Profondo il tentativo di capire (senza giustificare) anche i pensieri e i comportamenti dell'assassino.

Fausto e Iaio, ragazzi del Leoncavallo, si trovano loro malgrado al centro di una rete fitta di rapporti, conflitti, relazioni, casualità. Collaboravano a un'inchiesta del loro centro sociale sull'eroina spacciata in quartiere da personaggi che facevano riferimento ad ambienti neofascisti. Fausto, poi, abitava in via Montenevoso 9, esattamente di fronte al palazzo dove il 1 ottobre 1978 i carabinieri perquisiscono un covo delle Br, dopo averlo a lungo tenuto sotto osservazione proprio da un appartamento dell'edificio dove viveva il ragazzo.

Nella realtà storica non c'è alcuna prova seria del collegamento Brigate rosse-servizisegreti-gruppi neofascisti-uccisione di Fausto e Iaio. Ma il testo teatrale incrocia e stringe tutti i fili di quei mesi cupi, dalla morte di Aldo Moro fino alla grande strage nera della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Rende bene il clima di quegli anni. Il senso di tragedia è accentuato dai destini dei personaggi in scena: il fascista assassino viene ucciso a sua volta, il giornalista Brutto muore (davvero) in uno strano incidente stradale, come pure (ma solo nella finzione teatrale) il commissario Meli. Non pretendendo di essere cronaca, lo spettacolo riesce perfettamente a diventare tragedia civile, mettendo in scena passioni personali e politiche, sul filo della vita e della morte. César Brie riesce a dare un vigoroso corpo teatrale al bel testo di Scarpetti, ripetendo il miracolo già realizzato con la sua straordinaria messa in scena dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij.

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