ELFO PUCCINI: Il mistero di Fausto e Iaio è cronaca che commuove

Commovente? Sì, commovente. È Viva l'Italia. Le morti di Fausto e Iaio di Roberto Scarpetti, messo in scena da César Brie, prodotto dal Teatro dell'Elfo, acquisito per i prossimi tre anni dal Teatro di Roma. Lo abbiamo visto all'India, riaperto dopo una chiusura durata più d'un anno. Commovente, dicevo. Alla fine, tutti gli spettatori in piedi. Applaudivano, qualcuno piangeva.

Personalmente, più che commosso mi sentivo intristito. Ma triste perché? Da che cosa era prodotto questo insolito stato d'animo? Non sarebbe stato più giusto mi chiedessi se lo spettacolo cui avevo assistito era bello o brutto? A questa domanda era facile rispondere. Brutto, no di sicuro: César Brie non è regista da allestire un brutto spettacolo. C'erano quei semplici teli di plastica che si sarebbero dimostrati alquanto duttili; c'erano quelle luci, così circoscritte, così precise; c'erano quelle scatole: ora bare, ora cabine telefoniche; e c'erano quegli attori, due dei quali superlativi, Federico Manfredi nella parte di Fausto, e Umberto Terruso nella parte d'uno degli assassini (ma anche gli altri tre: Alice Redini, Mauro Brutto e Salvo Meli).

Brutto, dunque, assolutamente no. Viva l'Italia lo si sarebbe allora potuto definire bello? Era la storia dell'assassinio di due ragazzi del Leoncavallo, un crimine rimasto insoluto a furia di omissioni e di altri delitti. Ma quell'elemento, la commozione degli altri, mi confondeva le idee. Ancor più le confondeva la tristezza che mi aveva assalito. Solo più tardi, tornando a casa, cominciavo a formulare ipotesi. La tristezza non era intrinseca all'oggetto estetico (per così definirlo, del resto in un modo pertinente). Scaturiva dal fatto che avevo visto rivivere un triste passato, dal fatto che era triste e che era un passato.

In più questo passato riviveva nei modi sostanzialmente emotivi in cui era rivissuto già tante volte (penso ai film di Giordana o di Bertolucci). Ma codesti modi non erano prodotti solo dallo spettacolo, da César Brie, in specie dalle musiche così (appunto) commoventi. Derivavano anche dalla pur sorvegliata, esatta, intelligente scrittura di Scarpetti: che per schegge, per frammenti, per monologhi e brevi dialoghi a ciascun protagonista affidava la parola. Nella distribuzione delle parti l'autore si rivelava equo. Il suo discorso era però un discorso politico preciso (là dove la Giustizia fallisce, l'Arte trionfa) o era un discorso il cui nodo si dimostrava impossibile da sciogliere? Se le vittime rimaste prive di giustizia fossero stati due militanti d'un qualche circolo di destra avremmo avuto la stessa reazione?

Forse il succo era un altro: quell'assassinio così legato al rapimento di Aldo Moro non fu questione di destrà o sinistra. Fu questione di Stato, fu una mera e truce questione di servizi segreti, deviati. In questo caso, va da sé, la faccenda sarebbe davvero priva di ambiguità (ripeto: emotive) e quegli applausi, e pure quella commozione, avrebbero un senso migliore. Ma lo ammetto: non mi sento sicuro. Mi limito a sperare sia vera, per quanto più d'ogni altra iniqua, la seconda ipotesi che, ora scrivendo, m'è occorso di formulare.

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