ELFO PUCCINI: "SON TUTTE BELLE LE MAMME DEL MONDO" E LUCA TORACCA LO SA BENE

In questi giorni all'Elfo Puccini, non appena si fa ingresso in sala Bausch, si viene avvolti da farinelliani ricordi sulle note di "Lascia ch'io pianga" di Händel. Non troverete però nessun sopranista, bensì un'amabile interpretazione di Una patatina nello zucchero di Alan Bennett. Dolce e amara, dalle sfumature delicate…

Un divano di broccato anni '70 con fantasia a fiori, qualche sedia sparsa qua e là, delle tazze su un tavolino e lui, un mitico Luca Toracca con un gilet color latte e menta, intento a stirare camicie e abiti con le balze. Ci si accomoda sempre attenti a fissare il palcoscenico e a luci abbassate ha finalmente inizio Una patatina nello zucchero.

Se Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza intingeva con una grazia tutta americana le french fries nello champagne, qui la patatina è proprio caduta nello zucchero con un orgoglioso sentimento britannico. Già questo titolo fornisce a qualsiasi spettatore la possibilità di capire come anche un particolare mignon, quasi insignificante – si fa per dire – si trasformi con vivida preponderanza in un'indagine psicologica sui tipi umani e le loro stranezze.

L'impatto con l'umorismo sardonico di Alan Bennett è fatale: si viene travolti dal mondo autobiografico di questo autore fieramente sui generis, mentre racconta alcuni episodi che il suo alter-ego Graham condivide in compagnia della madre, ancora frizzante malgrado la veneranda età.

La divertentissima interpretazione di Toracca, un contorsionista di voci e movimenti, rende onore a questo monologo tragicomico. L'attore si sdoppia come un bipolare; il timbro e l'intensità vocalica saltano dal docile stridore materno al pacato sussurrio filiale, con alcuni intermezzi che movimentano l'esilarante vicenda narrativa.

Rimanendo fedelissimo al testo, Toracca regala una genuina e pittoresca pillola di tenerezza che accomuna tutti gli scapoli del mondo e descrive l'arrendevole lotta altalenante tra madre e figlio, puntando i fari della comicità dritti su un tema di eterno amore familiare, non per forza e quasi mai perfetto. Questo racconto ironizza sulla volontaria incapacità di un uomo di chiedere aiuto e di una madre che pretende di essere compresa, fingendo di ignorare i bisogni più intimi di chi le sta accanto.

La simpatica complicità del raccontarsi e il dolce gesto di un braccetto dato in pegno di attenzioni è già tutto ciò che merita di essere visto a teatro. In ogni singolo istante Luca Toracca palesa la differenza tra levità e superficialità, sottolineando in modo sia mansueto che acuto le molteplici strade di inneggiare alla vita.

Un'ora imperdibile per tutti i fan di Alan Bennett, per madri iperprotettive, figli ribelli e un pubblico di tutte le età, purché capace di ammirare la bellezza dell'imprevisto quotidiano.

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