ELFO PUCCINI: L'impietosa ironia di Bennett in quella scuola che è la vita

Otto storie di otto studenti in un istituto superiore della provincia inglese nei ruggenti anni Ottanta. È «History Boys» di Alan Bennett andato in scena all'Elfo di Milano con grande successo di pubblico.

Nella sua commovente autobiografia Una vita come le altre (Adelphi, 2010, pagg176, euro17) Alan Bennett, scrittore, sceneggiatore, drammaturgo inglese di successo, racconta con la semplicità delle cose della vita, la sua storia personale e quella non facile della sua famiglia segnata dalla malattia mentale della madre. La stessa sincerità con cui Bennett scrive delle sue mancanze, della sua omosessualità la si ritrova in History boys: commedia inquietante, graffiante, impietosa come lo sono tutti gli specchi nei quali siamo costretti a guardarci, le metafore attraverso le quali ci raccontiamo. La «realtà teatrale» di questo testo, presentato con grande successo di fronte a un pubblico entusiasta quasi interamente composto da giovani al Teatro Elfo Puccini, è la scuola e mai metafora ci è parsa più contemporanea anzi addirittura necessaria, visti i tempi che viviamo e la lotta quanto mai attuale per farne un luogo in cui non solo si imparano nozioni ma dove si vive un vero e proprio rito di passaggio, di iniziazione alla vita sociale come un insieme di diritti e doveri, via stretta da percorrere per conoscere davvero se stessi.

OTTO STUDENTI OTTO
Anche nel raccontarci le storie di otto studenti di un istituto superiore della provincia inglese, nei ruggenti anni 80, Bennett, che è stato professore di storia a Oxford prima di dedicarsi totalmente alla scrittura, ci parla di sé partendo da un mondo che conosce molto bene, mettendo a confronto, grazie a una scrittura allo stesso tempo fortemente teatrale ma anche «cinematografica» (la commedia scritta nel 2004, 6 Tony Award, è diventata film nel 2006), ragazzi diversissimi fra loro nel modo di affrontare i sentimenti, gli amori, le prove della vita. La sfida alla quale si preparano gli otto boys (Giuseppe Amato, Marco Bonadei, Angelo Di Genio, Loris Fabiani, Andrea Germani, Andrea Macchi, Alessandro Rugnone, Vincenzo Zampa, bravissimi e tutti under 30) è la più difficile di tutte perché, aldilà dell'ammissione o della non ammissione alle prestigiose università di Oxford e di Cambridge, vuol dire diventare «grandi».

IL PROF CHE TUTTI VORREMMO
Nume tutelare della scuola è Hector, straordinario professore che tutti vorremmo avere conosciuto, al quale Elio De Capitani, con un'interpretazione maiuscola, dà un rilievo formidabile facendone una specie di Socrate ironico e narciso dei nostri giorni che insegna letteratura parlando di cinema e di teatro, di poesia e di musica aprendo il cervello dei ragazzi senza rinunciare a «smanacciare» gli studenti più bravi - che sperano di trarre una qualche utilità da questi suoi sentimenti - quando li accompagna a casa in moto.
Ma c'è anche un preside illiberale (di cui Gabriele Calindri rende la rigida grettezza) che a Hector contrappone un insegnante apparentemente più preparato (un convincente Marco Cacciola) a spiegare loro gli inghippi per superare la temuta prova d'ingresso e che, invece, si rivelerà un millantatore mentre la prof di storia (Ida Marinelli) con il suo progressismo fine a se stesso non avrà neppure il coraggio di difendere il suo collega che, caduto in disgrazia per i pettegolezzi nati dalla sua predilezione per i ragazzi, sarà costretto a dimmettersi.
Niente allora sarà più come prima: l'età della dolce e crudele giovinezza contrapposta all'ipocrisia degli adulti finirà per tutti gli studenti nel momento in cui saranno costretti a misurarsi con la morte. Ci riappariranno alla fine, questi english graffiti ormai uomini fatti, a raccontarci successi, sconfitte, infelicità, falsità della loro vita. Che Ferdinando Bruni e Elio De Capitani nella loro regia hanno saputo cogliere nel profondo firmando con History boys uno dei loro spettacoli più importanti e più emozionanti, che abbiamo sentito profondamente nostro condividendone il sorriso, la tenerezza, la sottile ferocia, la disincantata semplicità. Da non perdere.

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