ELFO PUCCINI: Ovazioni al Donizetti per i ragazzi di Oxford

Ci sono spettacoli - ma il discorso potrebbe estendersi a tutte le arti - che ostentano i temi di cui trattano, scelti possibilmente tra quelli grandi (la fame, la giustizia, il potere) o di attualità (il lavoro, per dirne uno).

Poi ci sono spettacoli come The History Boys di Alan Bennett, che 935 spettatori (moltissimi giovani o giovanissimi) hanno applaudito fino a spellarsi le mani al Teatro Donizetti, nell'ambito di «Altri percorsi», nella versione prodotta da Teatridithalia, con la regia di Elio De Capitani (anche attore) e Ferdinando Bruni.

Dei motivi che rendono preziosa questa produzione, una delle migliori degli ultimi anni, abbiamo già parlato in presentazione, sfruttandone una precedente visione. Qui importa sottolineare altro: Bennett arriva ai massimi sistemi senza che ce ne accorgiamo, attraverso un umorismo e una satira pungente (non sono la stessa cosa) che colpisce una realtà vicina, sulla quale in genere si spendono più chiacchiere che attenzione. Perché l'autore inglese - sulle cui tracce Bruni e De Capitani si gettano senza indugi - parla di scuola. Di giovinezza. Di cultura. E di università, quella vera, che fabbrica l'élite di un paese e a tempo perso pure qualche Nobel. The History Boys parla di quel complesso che si definisce «establishment», insomma. E lo fa attraverso gli occhi di una classe di allievi che si prepara agli esami di ammissione a Oxford e Cambridge, i pilastri della cultura e della classe dirigente britannica. Lo fa mettendo a nudo gli insegnanti, con le loro debolezze, frustrazioni e fallimenti. Lo fa lasciando emergere già in controluce le strutture di potere e discriminazione, viste nel loro stato nascente. E lo fa, soprattutto, centrando drammaticamente il punto: a cosa serve la cultura? A nulla, in termini pratici: è un'autodifesa dalla vita e dall'assurdità del mondo. Perché sia utile alla carriera e al sistema, bisogna ridurla a un insieme di trucchi per far colpo su un'«intellighenzia» e un'opinione pubblica sazie e viziate. Diavolo di un Bennett, già geniale autore de La pazzia del re Giorgio, per citare una delle sue commedie più note al mondo. E diavoli Bruni, De Capitani e il loro magnifico gruppo di attori. Ci parlano della mediocrità che inghiotte una civiltà che fu splendida, del vuoto che sta dietro la retorica, la correttezza politica e i paludamenti intellettuali, della salvezza che sta solo nell'individualità delle coscienze e nei pochi maestri in grado di coltivarle. Ma questo è il punto: sono maestri o errori di sistema?

.