ELFO PUCCINI: A SCUOLA DI VITA CON ALAN BENNETT

È tristemente noto che nel nostro paese si presentano di rado testi di nuovi drammaturghi sia italiani che stranieri, ma ogni volta che si riesce a metterne in scena qualcuno che parla di noi, è difficile che manchi la risposta del pubblico. Ora il Teatro dell'Elfo - Teatridithalia, che di questo fenomeno, dai suoi lontani inizi al successo di "Angels in America", vanta una annosa esperienza, una volta trasferitosi nella sua nuova sede milanese con tre diverse sale disponibili, sembra deciso a percorrere questa strada. Non è un caso che nella "Sala Fassbinder", un nome che è già un programma, sia arrivata da Londra "The History Boys", una pièce straordinaria di uno scrittore, teatrante, cineasta della qualità di Alan Bennett, già premiata a Londra con la bellezza di sei Tony Award nel 2004 e ripresa due anni fa dall'autore in un film arrivato anche nelle nostre sale.

Si tratta di un lavoro sui giovani alle prese con la scuola che, anche se la tradizione inglese dell'insegnamento non collima con la nostra, ci propone problemi a noi ben noti che catturano l'attenzione di chi li vive giornalmente in proprio. In effetti la platea a basse gradinate dell'Elfo/Puccini è ogni sera strapiena di giovani attentissimi, coinvolti per le tre ore di spettacolo, di fronte alla larga scena a più livelli su fondo rossastro, in cui hanno modo di seguire contemporaneamente tanto lo svolgersi delle lezioni al centro o in altri settori confinanti, quanto le mosse politiche e organizzative della direzione e della segreteria sistemate con le loro sedie alla scrivania vicine alla parete, sul fondo.

Nello spettacolo, diretto con emozionante partecipazione creativa da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, che supera se stesso anche per la sensitività con cui interpreta il personaggio di Hector, un professore intellettuale più portato a rafforzare la cultura anche artistica dei ragazzi, si parla di poesia e di letteratura, si disserta sul cinema, si analizzano i problemi quotidiani e si dà ai giovani presenti come spettatori una lezione di quel che dovrebbe essere una scuola, contro il nozionismo richiesto dalle autorità pure qui per far ammettere gli allievi ai prestigiosi college di Oxford o di Cambridge. L'attenzione si concentra anche sulla libertà dei rapporti privati tra gli allievi, ma a questo punto il direttore solleva uno scandalo per il sospetto che il già citato Hector, accompagnando giornalmente alla scuola in moto il suo allievo prediletto lo toccheggi, e lo sostituisce con l'insegnante calzato dal bravo Marco Cacciola, un personaggio però che come promettente figura umana sarà destinato a deludere. La funzione dei dirigenti amministrativi è sostenuta da Gabriele Calindri e Ida Marinelli, ma nella attribuzione dei ruoli sono più fortunati gli otto allievi che navigano verso la vita, in ordine alfabetico, tutti sotto i trenta: Giuseppe Amato, Marco Bonadei, Angelo Di Genio, Loris Fabiani, Andrea Germani, Andrea Macchi, Alessandro Rugnone, Vincenzo Zampa, molto abili nel gioco dei finti o veri innamoramenti, prima che gli spettatori vengano a conoscenza in extremis, con commozione, del suicidio per vergogna del vecchio Hector, cioè un vero magister vitae, già messo sotto processo per sospetto di omosessualità, vittima cioè di quel perbenismo contro cui si era sempre battuto nella vita e nell'insegnamento. E questa strepitosa serata di verità si chiude nella commozione.

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