ELFO PUCCINI: ALAN BENNETT

LONDRA Appena metto piede nell'abitazione di Alan Bennett - calda, piena di libri, quadri e oggetti d'ogni tipo («come avrà capito lo stile prescelto non è propriamente minimal») - mi rendo subito conto che è perfettamente inutile cercare di affrontare con lui il problema della verità partendo dai massimi sistemi. «Non credo di essere la persona più adeguata a offrirle una risposta. Meglio chiederne conto agli europei più che agli inglesi. E tra gli inglesi io sono il meno adatto. Perché per me il problema della verità non è teorico, ma ha a che fare con l'onestà verso se stessi. E dunque, nel mio caso, con quanto scrivo». Essendo un fan devoto del drammaturgo inglese, prima di venire a questo appuntamento, mi ero riletto, tra l'altro, le tante pagine in cui Bennett parla della propria timidezza, offrendone una disamina tanto puntuale quanto spiritosa: «Nel vocabolario di mamma, "timido" è vicino, e quasi equivalente a "sensibile"... "timido" e "sensibile" appartengono a una famiglia di aggettivi (fine, garbato, modesto) che per lei sono il massimo dell'elogio; notare che non ce n'è neppure uno che sia virile, e che in fondo dicono tutti la stessa cosa: "inoffensivo"». Insomma, ero preparato a ciò a cui andavo incontro. Ma ora che me lo trovo davanti in carne e ossa - segaligno, occhialuto, con i capelli lievemente tinti e quella che lui stesso definì «una faccia da prete» - capisco che non c'era nessun vezzo nelle sue parole. Anzi, se possibile, il Nostro è ancor più timido di come si descrive nei libri. Parla con la mano davanti alla bocca e il suo proverbiale understatement si accompagna a una disarmante laconicità. Eppure, via via che trascorrono i minuti, mi convinco che forse non è male provare a invertire l'ordine degli addendi. E anziché partire dalle questioni generali, muoversi in direzione opposta: facendo leva su esempi concreti (racconti e testi teatrali), per vedere quanto siano intrisi di verità. «Ho un'idea artigianale della scrittura, per me è il gesto che dà forma e sostanza alla pagina descrivendo fatti e azioni legati a determinati personaggi. Saranno poi loro a condurmi dove credono. Quando ho scritto History boys ho pensato a una pièce sulla scuola, legata alle mie vicende dell'inizio anni Cinquanta. Soltanto alla fine, quando ho visto il testo rappresentato sulla scena, mi sono reso conto del suo contenuto più profondo, che in effetti rimanda al problema della verità. Perché racconta di un certo modo di insegnare la storia, in cui più che i convincimenti e la veridicità dei fatti, conta la performance del professore e quindi dello studente chiamato a fare scena con la recita degli esami. Se però avessi voluto cominciare da qui, non avrei scritto una riga. Io devo cominciare dai personaggi, devo farmi suggerire da loro certe idee, in base alle quali magari viene fuori, come in questo caso, una deriva dell'insegnamento della storia». Irwin, lo storico showman, lo dice chiaramente: oggi la «storia è performance. È spettacolo. E quando non lo è, fate in modo che lo diventi». Aggiungendo qualche pagina dopo, nel rivolgersi a un allievo: «E tu, Scripps, visto che ti sta tanto a cuore la verità, sappi che agli esami la verità conta come la sete per un sommelier o la moda per uno spogliarellista». È il trionfo degli storici che hanno fatto fortuna nella tv inglese. «A Irwin interessa sorprendere la gente, lasciarla attonita. Il contenuto è secondario. Insegna ai suoi ragazzi che la verità è un evento incidentale. E gli stessi esami si trasformano in un'esibizione, in un fatto eccitante, dove la verità appare negoziabile. Gli storici televisivi cominciarono ad affacciarsi sugli schermi in epoca thatcheriana. Erano nutriti dallo spirito del tempo, dal desiderio di scombinare l'idea liberale classica. La loro visione delle cose è sempre stata molto limitata, angusta, per non dire vuota. In compenso si sono presentati sempre con un tono bellicoso e inutilmente aggressivo, improntato al più grande disprezzo verso chi non la pensa come loro». La pièce, in uscita da Adelphi (Gli studenti di storia), prende le mosse da vicissitudini personali. Lei si era laureato a Oxford usando «un sotterfugio» e poi, nei panni dello storico accademico, si era sentito «un impostore». Si può dire che abbia poi intrapreso la carriera di scrittore per cercare nella fiction un rapporto veritiero con la vita e la realtà, che le era mancato? «Non ci avevo mai pensato. Per certo posso dirle che mi sentivo a disagio nei panni dello storico. Non sarei mai stato un buon insegnante e non avevo nessun pensiero originale riguardo alla mia materia di studio. Facevo finta di essere qualcosa che non ero, questo è il punto. Quando poi mi si è aperta la strada del teatro, e ho avuto la sensazione di poter finalmente esprimere me stesso, la mia vita è cambiata alla radice. Mi sono sentito più onesto, più libero... e diciamolo pure, più felice». Col trascorrere del tempo, i suoi libri si sono fatti sempre più autobiografici. Come se lo spiega? «Se ti avvicini a quanto davvero ti riguarda, l'oggetto delle tue riflessioni diventa più potente: tutto qua. Ma, c'è un ma: è molto difficile scrivere in modo diretto della propria vita. Bisogna sempre cercare delle strade laterali». Lei però dispone di un'arma formidabile, l'ironia. «Che però non so quanto funzioni in altre lingue. In francese, ad esempio, proprio non va». Le assicuro che in italiano funziona perfettamente... Come che sia, lei ha scritto anche di arte sostenendo che il valore di un quadro lo si coglie di straforo. Non si potrebbe dire lo stesso della verità? «Assolutamente sì. Il segreto di un libro, come quello di un quadro, non è detto che sia lì, ben visibile, al centro della composizione. Magari lo si cattura con la coda dell'occhio, di sguincio. Allo stesso modo, spesso sono le parole dette con meno enfasi a portarci al cuore di una questione. Del resto, non è detto che per vedere davvero un individuo lo si debba avere di fronte». Sostiene di provare maggiore simpatia verso i suoi personaggi femminili, rispetto a quelli maschili . C'è un motivo preciso? «Nella mia famiglia le donne parlavano più degli uomini. Mio padre era molto taciturno e a dire il vero anche mia mamma non era chiacchierona. Mentre invece lo erano, moltissime, le sue sorelle. Che per me si sono rivelate una fonte inesauribile di ispirazione. Perché vede, io sono uno scrittore di teatro, e costruisco personaggi in azione, che parlano. Se non sai far parlare un personaggio, il personaggio non nasce. È difficile farlo muovere, non lo capisci. Mentre più il personaggio è estroverso, più risulta facile trattarlo. A meno che non si prenda la strada di History boys, dove c'è chi parla semplicemente accumulando citazioni». Tra i tanti autori utilizzati in quel testo c'è anche Philip Larkin. Gliene parlo, perché ho sempre pensato a lei come a una sorta di Larkin della prosa. «È il miglior complimento che poteva farmi. Forse Larkin è l'unico poeta che conosco a memoria. Naturalmente, la maschera che usa nella sua scrittura non corrisponde necessariamente alla sua vera personalità. Sono convinto ad esempio che sessualmente fosse molto più attivo e felice di quanto lascino credere certi suoi famosi versi. Ma questo conta poco: quello che conta è il suo modo obliquo di osservare il mondo, che trovo molto interessante». Come mai i suoi personaggi sono pressoché tutti "ordinari", compresa la regina Elisabetta, raccontata nell'insolita veste di una lettrice ingenua? «Raramente mi sono divertito così tanto come quando ho scritto La sovrana lettrice. Da una parte non c' era alcun bisogno di dilungarsi sul suo background, visto che è a tutti perfettamente noto. Dall'altra, potevo indagare il lato ordinario di una persona "eccezionale", "unica", la Regina! Parlo di persone comuni perché sono quelle che conosco meglio e difatti quando non sono soddisfatto di quel che scrivo è perché mi sto allontanando da quel mondo. In secondo luogo, le persone comuni devono confrontarsi con dei problemi concreti e ciò le rende molto più interessanti rispetto a qualunque star del cinema, politico o grande finanziere. Tanto per intenderci: mai e poi mai avrei scritto un testo teatrale sulla signora Thatcher. Semmai su suo marito: uno che aveva fatto fortuna con la pittura industriale e si trovò poi soggiogato dalla moglie. Quella sì potrebbe essere una bella storia. Vede, prima di cominciare a scrivere avevo un'idea molto pomposa dell'autore teatrale. Pensavo che fosse un demiurgo, un creatore... Poi mi sono accorto che le cose non stanno così. Sì, è vero, tu dai vita a un personaggio, poi però è lui a tenere le redini della vicenda, a spiegarti il percorso che sta facendo, il problema che sta cercando di risolvere. Ed è sempre lui, da ultimo, a offrirti un brandello di verità».

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