ELFO PUCCINI: A scuola con Bennett tra ideali e cinismo

Si sa che le aule scolastiche e le vicende umane che in esse si svolgono costituiscono da sempre, per scrittori e registi - dal Cuore di De Amicis a L'attimo fuggente di Weir a Nemico di classe di Nigel Williams, che proprio per il Teatro dell'Elfo ha rappresentato, nell'83, una tappa decisiva delle formidabili metafore della vita. Non fa eccezione questa bella commedia di Alan Bennett, in cui i rapporti fra docenti e allievi si prestano a una livida analisi della società e dei suoi valori.

Tra ironia e amarezza, l'autore inglese racconta una serie di passaggi che caratterizzano l'ultimo anno di corso in un college, dove un gruppo di ragazzi si prepara ad accedere all'università: attraverso il conflitto fra innovazione e tradizione, o fra idealismo e opportunismo, il testo pone incalzanti interrogativi sul significato dell'educazione, sul ruolo della cultura, sui legami fra sapere e potere.

Al centro della trama, la contrapposizione fra due figure di insegnanti, Hector, l'anticonformista che cerca di trasmettere un amore puro e disinteressato per l'apprendimento, e finirà sconfitto a causa della sua abitudine di mettere le mani addosso agli studenti, e Irwin, il giovane professore cinico, mandato dal preside per «normalizzare» la situazione. In realtà, assistiamo a una lucida dimostrazione del fatto che solo calcolo e ipocrisia possono schiudere le porte del successo. Intelligente e abilmente costruita, la pièce ha il merito di non mostrare un mero scontro fra «buoni» e «cattivi». Ogni personaggio si misura con le proprie debolezze: Hector è un fascinatore, ma quasi una macchietta, Irwin è uno spregiudicato, ma anche una vittima della propria inadeguatezza, Mrs. Lintott, la docente di storia, non trova il coraggio di ribellarsi alla subalternità femminile. Fra gli alunni non va meglio: per entrare a Oxford un giovane ebreo ridimensiona addirittura l'Olocausto.

La regia sfrutta bene il bellissimo spazio della sala Fassbinder, per metà trasformato in aula, per metà in platea: non c'è palco, non c'è scenografìa, solo poche seggioline. Il vecchio espediente per cui gli attori non impegnati a recitare siedono «a vista» ai lati dell'azione si rivela sempre efficace. Ed è ottima l'interpretazione di De Capitani, un Hector insieme trascinante e buffonesco, di Ida Marinelli, di Marco Cacciola, di Gabriele Calindri e degli otto impeccabili ragazzi.

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