ELFO PUCCINI: I ragazzacci di Bennett così acuti e corrosivi

Alan Bennett e la sua scrittura lapidaria compaiono sempre più spesso sui nostri palcoscenici, ma non capita spesso di vedere suoi lavori scritti espressamente per la scena. Ci hanno pensato i fondatori dell'Elfo, Elio De Capitani e Ferdinando Bruni che con grande risposta di pubblico che ne decreta ogni sera il trionfo e il tutto esaurito, firmano la regia (ma il primo ne è anche protagonista) di The History Boys (all'Elfo Puccini, fino a domenica 23), ovvero le avventure scolastiche di un gruppo di allievi che ambiscono e si preparano ad entrare a Oxford o Cambridge.

Era stato uno dei primi grandi successi dell'Elfo neonato, qualche decina di anni fa, quel Nemico di Classe che rimane uno degli spettacoli/manifesto della scuola in scena . Poi quel genere è stato immortalato e quasi inflazionato da L'attimo fuggente, eppure Bennett, acuto e corrosivo come sempre, riesce in questo testo a darci una fotografia pungente di una generazione e di un paese, pur costruendo una geometria drammaturgicamente perfetta (la traduzione è qui di Salvatore Cabras e Maggie Rose, ancora inedita). In scena otto attori giovani e giovanissimi, in giacca blu, mocassini college e cravatta Eton, che sono lo scatenato corpo scolastico che affronta il passaggio all'età adulta, mescolando e vivendo alla rinfusa pruriti sessuali, erudizione storica, e pulsioni di poesia e di genere. A governarli un professore meraviglioso e pasticcione, che la complessità sessuale l'ha scelta come sistema (irresistibile Elio De Capitani), ma privilegia innocenza e tensione morale, concedendosi una volta a settimana il contatto pruriginoso con lo studente bellone, mentre gli dà un passaggio in moto. Ida Marinelli è la professoressa femminista e comprensiva; Gabriele Calindri il preside insaziabile e gretto; Marco Cacciola il nuovo insegnante che dovrebbe dare l'impulso per catapultare qualcuno degli allievi oltre le rigide selezioni per Oxbridge. Bastano quei personaggi, e lo scenario di un'aula scolastica, per riempire un mondo di affetti ed esperienze, di pulsioni e frustrazioni, di attese e nuove partenze, che continuamente scoprono il loro lato comico, paradossale o quotidiano che sia. La tradizionale abilità inglese nel confezionare testi che resistono al tempo e al gusto, ha in Bennett una punta di eccellenza, perché nessuno come lui è capace di far nascere l'arguzia dall'amarezza, l'enormità racchiusa nella più logora routine esistenziale. Come nei suoi racconti, il suo sguardo affilato e sempre understatement, scopre verità clamorose, che ognuno può far sue.

De Capitani e Bruni hanno ormai una tale maestria nel mettere in scena delle parole, che da questi Boys escono suggestioni che vanno da Cechov ai poeti americani, da Wilde al cinema degli ultimi anni. E il pubblico partecipa e si immedesima (moltissimi i giovani), senza nessuna nostalgia, ma quasi capace di incattivirsi più dello stesso Bennett nel sottolineare limiti e grandezza di uno stato generazionale.

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