ELFO PUCCINI: Quanto mi piaci, prof !

Mercoledì sera sono stata a vedere The History Boys.
Volevo vederlo tantissimo. E ho fatto bene.
Non ero la sola: il teatro era stracolmo. E quando dico stra, intendo davvero stra. Insomma: pienone. E qui ci sta un piccolo appello a chi acquista gli spettacoli del cartellone stagionale: uno spettacolo così avrebbe riempito la sala per due settimane. Perché limitarsi ad averlo qui solo per due date? Comunque, non è di questo che scriverò.
Di recensioni entusiaste è piena la carta e zeppo il web. Sono tutte vere. Perciò, se non c'eravate, rosicate pure: mai ci fu momento migliore di questo per invidiare chi l'ha visto.
Vi parlerò invece di una delle scene clou dello spettacolo. Non perché fosse un pilastro della storia, ma perché è una di quelle scene che ti piglia a mano salda per la gola e ti appende a un muro lì, come un salame. Una di quelle scene in cui ci siamo dentro tutti. E anche una di quelle che tocca un tasto troppo intimo per essere confessato apertamente. E però ha suonato eccome.
La scena era questa.

Alla fine degli esami di ammissione per il college, il professor Irwin viene stretto in un angolo dal suo allievo più spavaldo e dirompente nonché suo pupillo, Dakin. Il ragazzo ci prova spudoratamente col prof e tenta in tutti i modi di sedurlo.

Non voglio qui raccontarvi il contorno della vicenda perché svierebbe dal nocciolo della questione. La scena poco sopra descritta dura spannometricamente una decina di minuti. È un pressing seduttivo estenuante. Dakin usa la tecnica della confessione totale: dichiara i suoi intenti e accerchia la preda senza darle tregua.
E bisogna dirlo: ce l'ha fatta, almeno con noi. La scena un po' ci ha arrapato e, quando è finita, non eravamo più gli stessi spettatori di prima.

E su, dai, confessatelo. Alzi la mano chi non ha mai sognato, almeno una volta nella sua vita scolastica, di chiudere all'angolo un prof, di ruolo o supplente che fosse, per il quale si perdeva in ore e ore di fantasie. In fondo, è una di quelle tappe che rientra appieno nel percorso di formazione: il cuore gettato al di là della cattedra.
Tra i miei ricordi, un professore d'arte (docente e artista: non avevo scampo!) delle medie, supplente, bello come un cristo alla Zeffirelli. Sospiravo, sognando che mi regalasse uno di quei disegni che gli vedevo fare di nascosto per una delle sue fidanzate durante le verifiche.

Ma il cuore oltre la cattedra è fatto per un sogno d'amore che deve necessariamente rimanere così: epico, romantico, intatto. Una verginità sentimentale da custodire gelosamente.
Abbiamo sospirato tutti al ricordo di quell'amore solo nostro che ci ha accompagnato fino alla laurea. E magari, qualche volta, anche oltre.

Ma i tempi sono cambiati, dicono gli amici che oggi, dietro quella cattedra, ci lavorano.
Una, per esempio, ha lunghi capelli ricci e rossi naturali e un seno prorompente. Insegna Leopardi che quando ti legge L’Infinito ti viene voglia di piantare una siepe sul davanzale della classe solo perché tu e lei possiate nascondervi dal mondo a parlare di poesia per sempre.
Un'altra è nuotatrice, con la pelle colore delle olive del sud e i lineamenti duri di quelli che sono scampati alle foibe. Quando comincia a raccontartela, la filosofia, capisci che senso ha e ti senti parte di questo continuo flusso di pensiero che scorre impetuoso attraverso la storia.
Se anche un tempo loro stesse amarono, oggi sono oggetto di attenzioni e fantasie dei loro allievi. Che sono, come tutti gli adolescenti, bellissimi e confusi; stelle fatte di sogni, energia e ormoni.
A differenza di ciò che avremmo fatto noi (cioè: assolutamente nulla), loro avanches come quelle di Dakin le fanno. Eccome se le fanno. Così sfacciate che, ancor prima di capire come rispondere, ti viene da chiederti dove le abbiano imparate.
La sessualizzazione è una tecnica di marketing molto efficace; e viene applicata sistematicamente con strategie ben definite fin da bambini. Così, all'età in cui bisognerebbe solo amare, gli animi mettono avanti i corpi. Consumare è una garanzia di piacere.
Le mie amiche mi raccontano quanto è difficile tener testa a ragazzi così. Un po' perché il rispetto per gli insegnanti è riconosciuto diversamente tra prof uomini e prof donne. E poi perché quello dei ragazzi è un disperato bisogno di conferme; e il possesso (quanto meno sessuale) è l'unica dimostrazione evidente di interesse che riconoscono e valutano.
Ma le mie amiche, e anche io, crediamo che in questo debba esserci un valore educativo imprescindibile: il rifiuto deve essere categorico e inviolabile perché è l'adulto quello che deve salvaguardare il sentimento, che ne conosce il valore.

Nella commedia, il professor Irwin cede.
Nella vita anche conosco professori che hanno detto di sì. E perfino storie d'amore nate tra un banco e una cattedra che sono durate più del corso di studi. La cronaca dimostra che è un puro caso se io conosco donne che dicono no e uomini che dicono sì. La realtà racconta che sono sempre di meno i docenti che rifiutano il sesso per preservare il sogno d'amore.
E questo, va detto senza morale, è un vero delitto passionale.

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