ELFO PUCCINI: Se Shakespeare diventa transessuale

VERONA. A che punto siamo della notte? A che punto siamo di quella zona misteriosa e anarchica, dalle pulsioni incontrollabili, in cui tutto è possibile, anche cambiare sesso, concepire amori «bestiali», giocarsi la pace per il possesso di un bel paggio indiano, smarrirsi nell'odio e nella passione prima di giungere al giorno della ragione? In Sogno di una notte di mezza estate Shakespeare se lo chiede continuamente e noi con lui, non appena ci inoltriamo nella foresta magica che sta ai margini di un'Atene fiabesca, dove si entra ragazzi e si esce adulti, dove gli incantesimi possono rendere folli i personaggi e il travestimento è di casa.

Anche Elio De Capitani se lo chiede nel mettere in scena per la seconda volta, a distanza di undici anni, il Sogno, (prima di lui, con il Teatro dell'Elfo, l'aveva fatto Gabriele Salvatores, poi passato definitivamente al cinema), che ha inaugurato con successo il festival shakespeariano al Teatro Romano. E ci dà anche delle risposte, che si possono non condividere, magari, ma che hanno l'indubbio pregio di essere chiare. De Capitani, infatti, seguendo la traduzione, facile all'orecchio, di Dario Del Corno, punta molto sulla contrapposizione fra saggezza e slancio, fra capacità di ordire l'inganno e l'ingenuità di subirlo. E punta moltissimo sul lato onirico del testo, anche se riletto alla luce di un'inquieta contemporaneità, mescolandone intelligentemente le suggestioni e ambientandolo in una scenografia (di Carlo Sala) che ne accentua la chiave favolistica.

Anche se le ragazze per difendersi dai giovanotti usano le arti marziali, la sessualità si fa più decisa o più ambigua secondo i punti di vista, le fate sono vestite (i bei costumi sono di Ferdinando Bruni) con abiti che suggeriscono idealmente un'epoca elisabettiana, ma come stravolta. Così Puck, che è interpretato da Ferdinando Bruni, lo svagato folletto che ne combina di tutti i colori, ha i capelli rossi come le scarpe da clown, un abito verdeblu cangiante e, invece che dal mondo degli Elfi guidati da Oberon (Antonio Latella) e da Titania (la brava Ida Marinelli), sembra venire dalla «Trans sexual Transilvania» di un ipotetico Rocky Horror Picture Show.

C'è una tangibile tenerezza nello smaliziato approccio di De Capitani e dei suoi attori al testo di Shakespeare, scelto quasi come spettacolo «delle svolte» per questo gruppo, cambiato nel corso del tempo, riuscendo però a restare fedele a un linguaggio teatrale personale pieno di forza e di gioco. Perciò nello spettacolo, trasformato in una fiaba dolce-amara, assumono un fortissimo rilievo, le prove e la recita degli artigiani (Lorenzo Fontana, Corinna Agustoni, Antonio Cantarutti, guidati dal «capocomico» Luca Toracca) alle nozze di Teseo, re di Atene, con Ippolita vinta regina delle Amazzoni (sempre interpretati da Marinelli e Latella). Anche perchè il ruolo di Bottom nonchè di Piramo, nonchè di Testa d’asino che farà innamorare Titania, per via d'incantesimo, lo interpreta un Gigi Dall'Aglio semplicemente strepitoso.

Ma alla riuscita della serata, scandita dalle musiche suonate dal vivo di Mario Arcari (con un contributo per il coro della notte di Giovanna Marini), alla sua doppia chiave di disincanto travestito da gioco, hanno validamente collaborato tutti gli attori, quelli storici e quelli nuovi, per vitalità e palese condivisione del progetto. Accanto agli interpreti già citati sono da ricordare lo slancio del Demetrio di Cristian Giammarini, la Ermia «ragazzaccio» di Elena Russo, la foga del Lisandro di Massimo Giovara, il portamento di Paola Rota (Elena), tutti applauditi anche a scena aperta, nello stracolmo Teatro Romano, da un pubblico coinvolto e divertito.

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