ELFO PUCCINI: Un «Sogno» a tutto tondo

Il Sogno di una notte di mezza estate attraversa come un costante punto di riferimento l'intera storia del Teatro dell'Elfo. Per l'ex gruppo giovane della scena milanese, oggi confluito nei Teatridithalia, la commedia scespiriana è la testimonianza di un'evoluzione, è un'unità di misura del tempo che passa, è un'attendibile spia dei mutamenti del costume. L'ha allestita nell'81 Gabriele Salvatores in quella forma di musical metropolitano che qualche modo gli ha aperto la strada del cinema. L’ha allestita nell’86 Elio De Capitani in una versione dura e cupa, ispirata da un sagace teorico dei ribaltamenti drammaturgici come Jan Kott, che pareva andare in direzione esattamente opposta dalla precedente. L'allestisce ora di nuovo lo stesso De Capitani, all'esordio sulla grande ribalta del Teatro Romano di Verona, in un ulteriore approccio che ha tutta l'aria di non essere soltanto il segnale d'una evidente maturazione registica.

Senza voler attribuire a un singolo spettacolo più significati di quanti non sia in grado di sostenerne, mille piccoli indizi fanno in realtà sospettare che questo Sogno sia rivelatore d'un fenomeno in corso di più ampia portata. Esso infatti, col suo recupero della polivalenza linguistica strutturale del testo, con l'accettazione del senso pieno della fabula, dell'avventura interiore enigmatica e ambigua ma pur sempre lieve e restia a farsi ingabbiare in interpretazioni troppo restrittive, chiude i conti al momento non soltanto col mito ingombrante di Kott ma anche con un'idea della regia come forzatura, come intervento tendenzioso nei confronti dell'autore. In questo campo nulla ovviamente è definitivo, e forse tra qualche mese dovremo esprimere valutazioni diverse: ma è innegabile che nelle ultime settimane sembrerebbe evidenziarsi una certa esigenza di tornare, meno in sede di programmazione estiva, a un prototipo di spettacolo di richiamo, di spettacolo "a tutto tondo".

Non si pensi a una scelta ammiccante, a concessioni in qualche modo commerciali, anche perché tutto ciò che impronta questa messinscena viene direttamente dalla memoria teatrale del gruppo; è un fatto, tuttavia, che raramente una formazione così spiccatamente generazionale aveva realizzato uno spettacolo tanto rispettoso del modello originario: pur suggerendo i bei costumi di Ferdinando Bruni qualche richiamo a una disinvolta attualità - con gli abiti dei duchi e dei cortigiani che rimandano a un clima da operetta mitteleuropea - De Capitani non esi-ta a calarsi in un'autentica féeriet traendone spunti elegantemente surreali soprattutto per le coreografiche presenze delle fate. Nell'elaborata stratificazione barocca del plot, dove il mondo degli elfi è il risvolto notturno, sfuggente della corte di Teseo, e la recita degli artigiani ne incarna il controcanto grottesco, ogni segmento appare in felice armonia con gli altri, per cui la tenerezza va di pari passo con lo sberleffo, e l'ironia ben si accorda con le componenti più esplicitamente misteriose e soprannaturali.

Gran merito di questo risultato, va detto, è da attribuirsi alla fortunata intuizione di collocare al margine della scena uno straordinario uomo-orchestra come Mariolone Arcari, che eseguendo le sue musiche su svariati strumenti a fiato e a corda crea il mutevole tessuto sonoro fondamentale per fondere ed equilibrare questi cambi di intonazione. Assai efficace si dimostra anche, come di consueto, l'apparato scenografico di Carlo Sala, che rovescia ingegnosamente l'ordine prospettico del palazzo e del bosco, gettando su quest'ultimo - evocato con un semplice gioco di sipari - un vago sospetto di "teatro nel teatro". Ottimamente orchestrata risulta infine la recitazione, con l'irresistibile Bottom di Gigi Dall'Aglio una spanna su tutti, e con un Ferdinando Bruni molto convincente nei panni di Puck, così come Ida Marinelli nel doppio ruolo di Titania e di Ippolita, ma anche con dei giovani di buone doti come Elena Russo, Paola Rota, Lorenzo Fontana.

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