ELFO PUCCINI: ROAD MOVIE E IL VIAGGIO INFINITO DELL'AMORE

Ne parlo solo oggi perché, come spesso capita con certe maree che ti travolgono all'improvviso, è necessario attendere con pazienza che la luna decida di farsi da parte, che la calma torni e che il senso di quel peso che ti sei portata sul cuore possa dare voce a parole e sentimenti.

Road movie è un monologo tratto dall'omonimo testo di Godfrey Hamilton, per la regia di Sandro Mabellini. In scena, un immenso e profondo Angelo Di Genio (con lui, la musica di Daniele Rotella, eseguita da Antony Kevin Montanari). Angelo Di Genio, dicevamo. Profondo come la più insanabile tra le ferite e immenso come l'estensione dell'oceano, come tutti i suoi due miliardi di anni di pioggia.

La storia di Hamilton si dipana lungo i confini fluidi ed irreali dell'America anni '90. Sue le contraddizioni più ataviche, il richiamo irrefrenabile al viaggio, alla partenza, al movimento. Suo il tormento pulsante per la morte delle sue leve più giovani. Giovani morti per la guerra, i veterani. Amati e osannati da un sentire comune incline alla retorica, giovani a cui sono state regalate manciate di mausolei, secoli e secoli di rievocazioni e pochissime ore di vita.

I veterani, il contraltare perfetto di un'altra tipologia di giovani, i veri protagonisti di questa storia: la prima generazione che s'imbatte in un altro Demone, quello dell'AIDS. Un demone implacabile e non meno definitivo della guerra, la cui azione mortale, però, non è in grado di indignare altrettando. Gli omaggi tacciono, i mausolei albergano nei ricordi di chi è rimasto, il senso di colpa legato all'amore che ammazza lascia le piazze vuote, i genitori spaiati, le case galleggianti silenziose.

Oggi sono qui che abbozzo frasi, lascio lo schermo, mi aggiro nei pressi del frigo, sbocconcello carboidrati saturi, scrivo pensieri nella mente, tornando ad abitare i tasti fiduciosi della mia tastiera con una sola domanda: cosa vorrei veramente dirvi di questo spettacolo dalle mille sfacettature?

Road movie mette in scena l'Amore. Vorrei parlarvi solo di questo. Non della trama, non delle sue parole, non dello stile. L'Amore, solo lui. Quel sentimento che non ha genere, non ha confine, non ha vergogna.

L'Amore dell'Uomo, il miracolo improvviso che coinvolge e cambia, che migliora e spinge. Spinge ad attraversare Stati e Storie, a rimettere in discussione ogni nostra più granitica certezza. Un Amore che fa promettere a se stessi di essere migliori, di non rimandare biecamente la vita, di prendersi la responsabilità dell'Adesso. Un Amore che non vede la Diversità, che s'innamora dell'Unicità, che miscela, fonde, fa vedere tutto più chiaramente, anche nella notte più buia.

Questo tesoro di emozioni, che ti arrivano addosso in un attimo imprevedibile è da imputare in massima parte alla bravura di un Angelo di Genio che è ovunque ed è tutti, pur essendo uno, alle prese con personaggi imperfetti e per questo indimenticabili, con la sola compagnia di una sedia.

La sua capacità di estendere i confini – non solo del suo Joel, del suo Scott e di tutti i personaggi che si trova a interpretare contemporaneamente, ma anche del'Uomo a cui parla, di tutti noi – catapulta in luoghi segreti e densi di sentimento. Luoghi di perdita, di passaggi, di scelte non prese, di treni persi a pochi minuti dalla partenza. Luoghi che ognuno di noi si è trovato a visitare e che ritornano con costanza nella mente, a ricordarci il non fatto, il non vissuto.

Nessuno può restare insensibile a questa carica d'Amore, specie in questi tempi confusi e gridati, in cui chi ha la voce più alta vuole catalogare le certezze, allontanando sciattamente le paure.

Road movie è un grandioso viaggio nelle profondità dei nostri più grandi paradossi: la drammatica paura della dipendenza a un sentimento. Parla con semplicità e fisicità dell'amore, ci dice che non serve una bussola per trovarlo, che non ci sono condizioni o predisposizioni particolari per esserne abitati.

Road movie è lo sforzo, meravigliosamente riuscito, di dire a tutti, nessuno escluso, che l'AIDS è una malattia ancora presente e infingarda. E che solo un atteggiamento consapevole e innamorato – di sé, della vita, dell'oggetto del nostro desiderio – potrà tenerlo lontano dai nostri vissuti, dal nostro sacronsanto bisogno di incastro. Di qualunque tipo esso sia.

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