ELFO PUCCINI: Road Movie

C'è un qualcosa di ancestrale, appartenente al mito americano, in questa storia scritta da Godfrey Hamilton e raccontata a teatro da Angelo Di Genio. Un topos leggendario, della letteratura e del cinema, il viaggio coast to coast, la nuova frontiera, l'oceano come destinazione ultima, di un viaggio come della vita. Un percorso on the road, tra le sterminate praterie americane, un viaggio che è un viaggio interiore, un romanzo di formazione. Un archetipo profondo che Hamilton contestualizza nell'America degli anni ottanta, quella colpita improvvisamente dall'incubo dell'AIDS, quella della comunità gay che si vedeva decimata, che vedeva i suoi appartenenti evaporare, dopo un'agonia, un veloce, inesorabile, atroce, deterioramento corporeo. Un'America, quella di Road Movie, che ancora porta i segni del decennio precedente – i riferimenti sono numerosi – quello degli hippie, dell'amore libero ormai diventato un'utopia, ma anche quello di un altro incubo, quello del Vietnam, una ferita mai rimarginata. Hamilton, e coerentemente il regista Sandro Mabellini, racchiudono questi elementi in un racconto minimalista e intimista, in definitiva una storia d'amore, lontano da un approccio monumentale come quello di Angels in America.

Lo spettacolo è costruito sulle doti istrioniche e le capacità camaleontiche di Angelo Di Genio, sul suo interpretare i due protagonisti della storia d'amore, Joel e Scott, e altri personaggi, anche femminili, arrivando anche a ritratti caricaturali, come quello della sorella di Scott. Una dualità da subito incarnata nelle scarpe diverse che porta, come tali anche evidenziate nella locandina dello spettacolo. Mentre l'altra presenza in scena, il musicista Piero Salvatori, è singolarmente a piedi nudi. Una presenza che non è un semplice accompagnamento ma che instaura un dialogo, tra la musica del violoncello e del pianoforte, con la parola dell'attore. Arrivando all'apice dell'esecuzione della canzone simbolo YMCA. Di Genio è capace di interpretare i discorsi tra i personaggi, passando dall'uno all'altro, senza bisogno di cambi di postura o di direzione, capace di rendere anche l'amore che nasce tra i protagonisti, la loro passione. Con una narrazione che non è nemmeno sempre lineare, per il flashback all'inizio. Un teatro povero, dove massima è la potenza evocatrice dell'attore. Che si costruisce anche con un occhio di bue che si insegue con l'attore, un occhio di bue capace di tagliarli fuori il volto quando guarda la televisione, o di disegnare un grande cerchio di luce, alla base del quale Di Genio appare come seduto, appollaiato, dietro al pianoforte.

Tutto ciò all'interno di un teatro che non rinuncia, e non si vergogna, a essere militante. Che diffonde il messaggio della prevenzione da una malattia non ancora debellata, e verso la quale si è ormai abbassata la guardia. E così Di Genio durante lo spettacolo passa tra il pubblico a distribuire condom, promuovendo l'importanza dei rapporti protetti. E alla fine ci riporta al presente, lancia appelli, anche in collaborazione con la LILA. Il 30 marzo del 1984 moriva Gaëtan Dugas, il paziente zero dell'AIDS. Una data simbolica, non solo della storia della medicina, ma anche del costume. A trent'anni esatti da quella data, tanti sondaggi mostrano come regni ancora sovrana l'ignoranza sui metodi di diffusione di questa piaga.

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