ELFO PUCCINI: Road Movie. L'America profonda di Godfrey Hamilton

Era alla Storia sovraindividuale che Tony Kushner affidava, nelle battute finali di Angels in America: Perestroika, l'onere di conferire un senso alle storie intime, alle misere biografie degli individui comuni travolti dal virus dell'HIV e lacerati dalla vergogna prima ancora che dai linfomi e dalle piaghe. La battaglia ecologica, la dissoluzione dell'URSS e il crollo del Muro di Berlino, la cronicizzazione della malattia ottenuta grazie all'uso degli antiretrovirali sembravano infatti testimoniare l'esistenza di «una specie di doloroso progresso nel mondo», che lungi dall'essere una leopardiana “magnifica sorte” assomigliava piuttosto alla garanzia sofferta di una redenzione.

A quasi dieci anni dalla trionfale versione del capolavoro di Kushner diretta da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, il Teatro dell'Elfo si confronta ancora una volta con l'AIDS e la sessualità: Road Movie – andato in scena al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino nell'ambito della stagione Intercity Winter, diretta da Dimitri Milopulos – illumina tuttavia gli anni bui della pandemia da una prospettiva individuale e privata. Nell'opera del drammaturgo inglese Godfrey Hamilton, la malattia, con buona pace di Susan Sontag, non è più metafora, tragica cartina al tornasole attraverso la quale analizzare la condizione umana all'epoca delle reaganomics, ma soltanto la subdola assassina di un'intera generazione. Hamilton limita l'ambito di indagine a quello di un'ordinaria storia d'amore non priva di stereotipi, gioca scopertamente con i luoghi comuni dell'immaginario romantico e ruba il titolo della pièce a un intero genere cinematografico: eppure la banalità di alcune frasi – «Ho voglia di dormire sul tuo petto» – o la stessa vicenda narrata, priva di originalità, subiscono un'efficace torsione antirealistica nella scelta di affidare a un unico interprete il compito di vivificare cinque personaggi. La regia di Sandro Mabellini azzera il rischio del facile mimetismo da fiction televisiva e trasforma il monologo in un appassionato one-man show, quasi un virtuosistico recital per pianoforte, violoncello e voce maschile. Accompagnato dalle note di Antony Kevin Montanari, Angelo Di Genio – viscerale, intenso fino al parossismo, carnale e ironico – tratteggia con identico ardore il protagonista Joel, sbandato gay trentenne spaventato dai propri desideri, così come l'amatissimo Scott e un piccolo gruppo di sopravvissuti all'ecatombe che l'AIDS ha provocato. La madre che ha perso il figlio su un asettico letto d'ospedale, o la giovane tossicodipendente che indossa orgogliosa un piercing per ogni amico sconfitto dal morbo: sono queste le anime alla deriva, bizzarre e dolenti, incontrate lungo il tragitto che separano la dura New York City dalla California dove Joel spera di rivedere il dolce Scott.

Il viaggio attraverso l'America profonda, come vuole la tradizione filmica e narrativa, ha il valore di una duplice presa di coscienza: quella collettiva della devastazione, umana e psicologica, che la sindrome ha comportato, e quella personale della natura dei propri sentimenti. Un mocassino nero al piede sinistro e uno stivaletto di pelle marrone al destro, Di Genio veste i panni perennemente sbagliati dell'outsider strafottente, costretto a evadere dalla soffocante realtà metropolitana e con essa da spazi scenici troppo angusti per contenere tutto quell'amore, tutto quel dolore. È la vita stessa di Joel a debordare oltre il proscenio, oltre le quinte nere afferrate durante gli assalti della passione violenta di Scott: scendere dal palco sul quale giace abbandonata soltanto una vecchia valigia, avvicinarsi alle prime file della platea e soffiare in faccia agli spettatori un'amalgama di erotismo e angoscia sembra così una necessità imprescindibile, fisica prima ancora che registica. Eppure non è all'energia del corpo ‑ quel «giardino dell'anima» i cui piaceri, in Angels in America, annunciavano l'arrivo delle intelligenze celesti ‑ che Hamilton attribuisce un'impossibile potere salvifico, bensì alla facoltà, impalpabile e urgente, della memoria.

Il massacro dell'AIDS trova così un riflesso nell'eccidio del Vietnam, speculare e incomprensibile sterminio della gioventù di una nazione al quale, tuttavia, è stato riservato il diverso destino della commemorazione pubblica e della retorica fastosa. Nessun monumento è stato invece eretto per onorare i caduti di una guerra combattuta nel silenzio, se non quelli privati e quotidiani costruiti da chi ha amato quegli innocenti soldati: eppure il ricordo sembra poter tramutarsi da mero imperativo etico a miracolosa panacea. Soltanto la conoscenza di quel recentissimo passato in cui la maledizione del sangue mieteva ancora le sue vittime ‑ e che rende Road Movie uno spettacolo necessario, civile nel senso più alto ‑ rende infatti possibile acquisire oggi consapevolezza e rispetto, unici vaccini contro l'HIV finora sperimentati. Fuori dal palco, forse, il viaggio di Joel può avere un esito diverso.

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