ELFO PUCCINI: Un viaggio "coast to coast" sulle strade dell'anima e dell'amore

Cosa succede se si mettono insieme un attore del calibro di Angelo Di Genio, un regista quale Sandro Mabellini, un musicista dal vivo come Antony Kevin Montanari e una scrittura quale quella di Godfrey Hamilton? Con anche un pizzico di fortuna in più, "Road Movie" è potuto andare in scena, per la seconda stagione consecutiva al Teatro Elfo Puccini di Milano, dal 26 gennaio al 7 febbraio 2016. È un'alchimia sottile, giocata fra luci e ombre non solo in senso letterale; è uno splendido equilibrio precario alla Philippe Petit. Con maestria sapiente, Angelo Di Genio soppesa e centellina la variegata gamma dei colori dell'animo umano, per poi prodigarsi in pennellate a tutto tondo. Senza sbavature, senza nulla cedere al patetico o al melò, ci accompagna a un passo dall'orrido. E quando già vediamo sbriciolarsi i primi bricchi sotto alle nostre scarpe e quando il cuore sta per sciogliersi in un pianto, che rischierebbe d'essere più di commozione che di catarsi, con sapiente colpo di coda registico ci riacciuffa con una battuta o un con un cambio di registro repentino. Sarebbe troppo facile portarsi a casa tutto questo, contagiandoci di lacrime. Quel che il protagonista cerca, non è solo il pianto ecumenico e neppure la corale compassione: persegue invece, in perfetto accordo alla sacralità laica del rito teatrale, un consapevole moto collettivo, capace di acchiappare per il bavero le coscienze e sbatterle contro al muro della consapevolezza. Non c'è bisogno di urlare, per farlo. Nessuna provocazione eccessiva, né viste e riviste performance alla maniera del "teatro di ricerca".

Spalle al muro: solo così si può vedere bene quel che si ha di fronte e accorgersi dell'enorme uccello di ossidiana nera mentre spalanca ali troppo trofiche per poter volare. Ci sono scritti sopra i nomi dei caduti, su quelle sterminate propaggini dispiegate. L'idea portante è che ogni guerra ha i propri caduti e che tutte le vittime hanno il medesimo diritto a una menzione. Così se Washington custodisce il suo muro del pianto per i figli d'America, rimasti in Vietnam, allo stesso modo qui si vuole un memoriale per un'altra progenie, trasversalmente partorita da padri e da madri ugualmente indignados di fronte a questa nuova carneficina (il contagio e la diffusione dell'AIDS) "Come si può sopravvivere ai propri figli?", si chiedono, sgomenti. Ma non c'è un "nemico pubblico" contro cui puntare il dito, in questa mattanza, e neppure sofisticati marchingegni da imbracciare contro un avversario ben identificabile. Solo un palloncino di plastica e le più efficaci delle armi: informazione e prevenzione. Se fai teatro lo sai fare, nulla affascina più della parola, quando sia ben incarnata. E pure se scrivi, lo comprendi bene. Sherazade, che per mille notti salvò la vita ad altrettante principesse predestinate. Chi, fra noi, del resto, non ricorda insegnamenti concreti, passati spontaneamente e quasi per osmosi, di contro a interminabili teorie, di cui resta forse solo l'eco della noia? Così il racconto, qui, va dritto al cuore.

La storia è quella di Joel, trentenne giocosamente irrequieto. Alla ricerca dell'amore, ma attratto dal sesso libertino come pare capiti nella comunità gay – e non in quella soltanto, verrebbe da dire -, ci accompagna nel suo bestiario personale di rapporti mordi e fuggi con tutta l'ironia e la leggerezza, di chi voglia giocarci, con certi cliché. Fino a quando non incontra Scott, così diverso da sé e da tutti gli altri, quanto possono esserlo un morbido stivaletto scamosciato e un mocassino dandy, unici dettagli che, pur senza essere ostentati, ci parlano della loro diversità. La narrazione indugia, a volte pare un po' troppo, sulle dinamiche del loro rapporto; dal primo incontro all'insegna dell'anti romanticismo fino agli approcci a un'intimità fragile e appassionata, in nulla dissimile da quella di molti esponenti di questa generazione Disagio. Poi la vita per qualche tempo trascorsa insieme, e inevitabile avviene la partenza. "Ritornerai…", quanta musica pop, in questo presagio, ma anche quante pagine di alta poesia, maledizioni e strali di tragedia, in un augurio-bestemmia così profondamente umano. Solo qui ci si accorge che quell'indugiare non è stato gratuito, ma drammaturgicamente funzionale a quanto segue. È servito a dare spessore e costrutto agli interminabili cinque giorni sulla via del ritorno, America coast to coast, che nel foglio di sala diventano un "coast to coast sulle strade dell'anima" dall'estratto stampa dal Sole24Ore, in cui Joel incontra un campionario di casi umani. Forse è proprio questa, la grandezza della scrittura: non ci parla di macchiette arcobaleno, ma di uomini e donne profondamente reali e umani, pur nella precipuità cromatica della loro tonalità emotiva. Ben disegnati e restituiti in scena da un Angelo Di Genio, che sembra posseduto dal sacro fuoco dell'immedesimazione teatrale, i vari personaggi vivono, s'incontrano e si raccontano in un equilibrio perfetto, ma mai statico, fra tecnica attoriale e passione.

Non è tanto il cosa quanto il come. A piedi nudi – come quelli del puntuale e duettante musicista dal vivo –, veniamo accompagnati per mano nell'anima di Joel, Scott e di tutti i personaggi, che si succedono, fra il serio e lo scanzonato, in un'esistenza che sembra una grande giostra colorata. Eppure, a guardarla bene, ha la stessa nota amarcord del circo; gli stessi occhi di bue ad accecare noi sprovvedute comparse e protagonisti senza alcuna velleità di esserlo. Luci e ombre – come la vita – che in scena accompagnano questo performer della sua stessa esistenza. Lo illuminano fino a quasi non consentirgli di tenere gli occhi aperti, come anabbaglianti puntati dritti negli occhi da spocchiosi guidatori in direzione opposta. Si smorzano, a tratti tacendo, nelle ampie evoluzioni della sua peregrinazione umana ed esistenziale, ben significata da un uso praticamente totale della superficie del palcoscenico, come in pochi casi è capitato di vedere, specie in quelli che ancora impropriamente si definiscono monologhi.

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