ELFO PUCCINI: Un Road Movie dal vivo

In questi giorni in scena all'Elfo Puccini di Milano si è potuto vedere uno spettacolo che fa pensare e che commuove: Road movie di Godfrey Hamilton. Un monologo sull'Hiv, ma anche su di una solitudine estremamente affollata, popolata di personaggi estremi che racconta l'amore altrettanto estremo fra Joel e Scott. Estremo non tanto perché contenga in sé qualcosa di eroico quanto perché in una vita spericolata, superficiale, costruita sul sesso senza impegno, anaffettiva, rifuggire l'amore pur cercandolo e poi riconoscerlo con la stessa baldanza con la quale gli si era negato addirittura il diritto di dire il suo nome è, davvero, qualcosa di emotivamente estremo.

Scritto nel 1996 avendo in qualche modo a modello una notevole letteratura omosessuale, a partire da quel vero e proprio monumento del genere che è stato Angels in America di Tony Kushner, spettacolo capolavoro dell'Elfo anni fa, Road movie è un bellissimo testo carico di senso, ironicamente beffardo ma colmo d'amore e di un'umanità profonda. Riproporlo oggi, a trent'anni dalla scoperta del virus, quando l'Hiv sembra quasi sparito, dai nostri pensieri, dalla nostra vita, dalla nostra paura è segnalare un pericolo che continua a esistere dove magari si muore di meno ma dove il contagio continua a colpire con un ritmo incalzante.

A mettere in scena la storia di Joel, 34 anni, giornalista di New York, etilista per paura e disadattamento al mondo e di Scott, poeta ventottenne innamorato dell'amore, che vive in California, il viaggio che Joel compie dall'Atlantico al Pacifico, coast to coast, da New York a San Francisco "per raggiungere il suo amore" durato cinque giorni, popolato di personaggi al limite, segnati dall'eccentricità, ma anche da una terribile grandezza come la madre che ha assistito fino alla fine con il compagno di lui, il figlio morto di Hiv e che poi ha scelto di vivere in mezzo al popolo gay anche quello marchettaro magari nell'ombra compiacente delle grandi higway o della strade buie della città, non smettendo mai la propria crociata con la quale continua a ripetere che certo non bisogna rinnegare il sesso ma che deve sempre essere protetto, è Sandro Mabellini che firma una regia asciutta e incisiva.

A reggere questo viaggio che è – almeno così a me pare – una sorta di presa di coscienza, del mutare dello sguardo di Joel sui sentimenti e dunque punto di partenza della sua crescita esistenziale, è un bravissimo Angelo Di Genio che si dona al proprio personaggio con una totalità disarmante, vivendo in scena anche situazioni non facili. Accompagnato dalla musica suonata al violoncello e al piano da Piero Salvatori, Di Genio – che ricordiamo fra i ragazzi di The History Boys e come Biff in Morte di un commesso viaggiatore – , provocatorio e dolce, inquieto e disarmato, cattura, senza mai compiacerlo, il pubblico che lo segue con grande tensione, in una storia lontana dal paradiso, disperatamente vitale, che ci riguarda.

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