ELFO PUCCINI: Rothko, nella mente dell'artista

ROSSO, DELL'AMERICANO JOHN LOGAN, SCENEGGIATORE DI FILM DI SUCCESSO (GLADIATORE, HUGO CABRET, ECC), VINCITORE DI BEN SEI TONY AWARDS NEL 2010, parte da un'intuizione: condurre lo spettatore dentro il momento in cui l'opera d'arte nasce come impulso, come illuminazione, nella mente del suo autore. E ci riesce rendendoci testimoni di un'angoscia, di una ricerca che porta in primo piano la solitudine dell'artista, la sua unicità, la sua grandezza. Tutto ciò è tanto più vero dal momento che il protagonista di Rosso è Mark Rothko, nato in Russia ma emigrato a sette anni negli Stati Uniti e in tutto e per tutto figlio della sua nuova patria dove diventerà - fino al suo suicidio a 67 anni - uno dei protagonisti con Pollock e De Kooning di quella vera e propria rivoluzione artistica che è stata l'action painting (o espressionismo astratto): dipingere agendo, con tutto il corpo, dove la vitalità dell'artista trova la sua espressività più completa. Ma è soprattutto con Pollock che l'autore lo mette in ideale competizione: quanto in Pollock, morto tragicamente ancora giovane, è furia creativa, è dionisiaco, in Rotkho, un «anacoreta» (Gillo Dorfles), è apollineo, ragionato, triturato. A iniziare dalla forma: perché come ben si evidenzia in questo affascinante spettacolo in scena con grande successo (e liste d'attesa) all'Elfo Puccini sono il colore, il linguaggio del colore, la materia del colore, la struttura del colore, le cose che contano.

Il Rothko di Logan ha 55 anni (siamo nel 1958) e una fama ormai consolidata tanto che gli vengono commissionati alcuni «murals» per un ristorante di lusso ricevendone anche un lauto anticipo. Ma una volta creati questi enormi dipinti in cui domina il suo prediletto colore rosso - rosso come la vita, il sangue, l'unico in grado di sconfiggere il nero, la morte - Rothko si rende conto che sono del tutto estranei a quel mondo, li ritira e restituisce il denaro. Per raccontarci questo Logan inserisce il personaggio di un giovane pittore capitato lì a bottega dal grande maestro. È lui, una specie di alter ego giovane, che pone le domande più scomode, è lui che parla di pop art e di Andy Warhol che Rothko aborre in contrasti spesso esilaranti. Solitario, egoista, ma anche paterno Rothko alla fine lo scaccerà, perché trovi la sua strada. Ma è soprattutto lo spettacolo messo in scena da Francesco Frongia a catturare e provocare lo spettatore facendolo entrare dentro il gesto dell'artista, il vero protagonista di questa grande storia di cui Ferdinando Bruni (che è pittore di suo) è interprete di rara profondità e incisività bene affiancato dal giovane Alejandro Bruni Ocaña. Il momento in cui i due cominciano a «gettare» il rosso sulla tela candida vale più di tante parole.

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