ELFO PUCCINI: I signori dell'Elfo alla conquista del West

È difficile crederlo, ma sono diventati un'istituzione - il teatro che dirigono e loro stessi - un'istituzione milanese come il Piccolo, e, come il Piccolo, un'istituzione da export: Angels in America, lo spettacolo-emblema del «secondo» Elfo, che ha inaugurato tre anni fa la nuova sede imponente e multisala, sta per sbarcare a Madrid dopo il revival milanese, in corso fino al 3 giugno. Più vicina la meta di Rosso, l'ultima novità della stagione, in arrivo al Festival delle Colline Torinesi il 15 e 16 del mese prossimo.

Per Ferdinando Bruni, che con Elio De Capitani forma una coppia di dioscuri che non ha repliche su nessun palcoscenico italiano (non solo come registi di moltissimi spettacoli, ma interpreti, e Bruni anche scenografo, costumista, traduttore), il passaggio dell'Elfo dal teatro militante del 1973, ospite di centri sociali e sale di fortuna, alla complessa struttura attuale fa semplicemente parte della logica delle cose: «Come siamo e i testi che rappresentiamo sono legati agli anni. Gli anni in cui viviamo e gli anni che abbiamo. Non si può fare sempre i ragazzini arrabbiati, cambia lo sguardo sul mondo. Ma c'è comunque una certa coerenza, credo».

Tra Nemico di classe di Nigel Williams, un classico dell'Elfo «arrabbiato» andato in scena nel 1983, e l'elegante The History Boy di Alan Bennett, per esempio, supersuccesso della stagione scorsa, la distanza è abissale, nonostante l'ambientazione scolastica di entrambi, ma la coerenza evocata da Bruni è evidente: massima adesione allo spirito dei tempi in tutt'e due i casi (l'Inghilterra al collasso sull'orlo di cadere in mano alla Thatcher e quella cinica e rampante dell'era Blair) e una comunicatività spettacolare coinvolgente oltre l'emotività: «Ci interessa raccontare storie con personaggi e le relazioni fra questi personaggi. E quello che ne scaturisce in termini di riflessione razionale, politica, sociale...».

Con un programma del genere l'attenzione si volge soprattutto al teatro contemporaneo, quello che parla, per l'appunto, di noi e delle nostre storie, e ne parla in modo diretto, «riconoscibile» dallo spettatore: «Ci piace andare incontro al pubblico». Per una certa idea solenne del teatro, per diffidenza, per provincialismo, forse, «prima di noi il contemporaneo in Italia non lo faceva nessuno - va avanti Bruni -. Giusto Brecht, Beckett... Pinter i più scatenati!».

L'Elfo fa subito il contrario: «In qualche modo abbiamo fatto ascoltare agli spettatori il polso della drammaturgia attuale... La Germania di Heiner Müller, di Botho Strauss, di Fassbinder... L'Inghilterra di Trevor Griffith, Nigel Williams, Sarah Kane, Mark Ravenhill, ...». Ma anche gli allestimenti elfiani dei classici hanno ubbidito alla regola dell'andare incontro al pubblico. In ognuno si avverte sempre un'enorme voglia di «divertire», non a caso la bandiera shakespeariana del gruppo è Il sogno di una notte di mezza estate riproposto nel corso dei decenni, prima in forma di musical diretto da Gabriele Salvatores (che ha lasciato l'Elfo per il cinema), poi reinventato da Elio De Capitani. E per il recentissimo, intricato, tragico e farsesco Racconto d'inverno, Bruni racconta d'essersi ispirato a Lubitch.

L'America è un po' una nuova avventura, per l'Elfo, affrontata con piglio grandioso con l'allestimento delle due parti di Angels in America (Si avvicina il millennio, Perestroika), sorta di apoteosi del lavoro in coppia di Bruni e De Capitani. «Ormai - dice Bruni siamo un regista solo, spesso diciamo la stessa cosa insieme». Il che non toglie che ogni tanto il «regista solo» si ri-scinda in due: «Ci sono progetti che uno sente molto suoi». Come questo Rosso di John Logan (clamoroso successo americano) in scena a Milano e in arrivo a Torino, storia di una crisi etico-artistica del pittore Mark Rothko affidata alla regia di Francesco Frongia, elfiano doc, dove Bruni, che ama dipingere, affida a sé il ruolo del protagonista.

Ma l'anno venturo eccolo daccapo con De Capitani: «Facciamo Frost/Nixon di Peter Morgan. Sì, l'hanno gia fatto al cinema, ma quanti l'hanno visto? E invece è un testo interessantissimo, attualissimo». Già, il ruolo dell'informazione, le menzogne della politica... Possibile che, per stare sull'oggi, dobbiate sempre pescare all'estero? «Facciamo un teatro internazional-popolare», scherza Bruni, e spiega: «Il problema degli scrittori italiani di teatro è che, quasi tutti, vogliono fare gli "autori". Come al cinema. Però l'anno venturo un testo italiano lo produciamo, è Viva l'Italia di Roberto Scarpetti, l'ha trovato Elio al Premio Riccione. Racconta la storia di Fausto e Iaio (i due ragazzi del Centro Sociale Leoncavallo uccisi a pistolettate dai fascisti il 18 marzo 1978, ndr), noi li conoscevamo, perché lavoravamo lì». Un ritorno alle origini, che il cuore non ha dimenticato.

.