ELFO PUCCINI: Formidabile Bruni nei panni di Rothko

NON che fosse indispensabile, ma il fatto che Ferdinando Bruni sia anche pittore (per quanto fin troppo pudico nel "nascondere" questo suo talento) aggiunge alla sua interpretazione di Mark Rothko un sottile elemento di fascino in più. Non una banale questione di credibilità e nemmeno perché ha dipinto lui le grandi tele, copie di quelle del maestro dell'espressionismo astratto, che dominano la scena. Si tratta di qualcosa che ha che fare con la tensione misteriosa del gesto. Quello del pittore e quello dell'attore.

Capelli cortissimi, abiti da lavoro chiazzati di colore, Ferdinando Bruni è uno strepitoso Mark Rothko così come ce lo racconta John Logan in Red. Cioè quando nel 1958 riceve la commissione di una serie di murali per il ristorante Four Seasons di Manhattan. Il compenso è esorbitante (35.000 dollari). Rothko è già una star, l'amico rivale Jackson Pollock è morto due anni prima. Nel suo studio si presenta Ken, giovane pittore assoldato come assistente/schiavo (Alejandro Bruni Ocaña, poco più di vent'anni, ottimamente allevato prima alla Paolo Grassi e poi all'Elfo, un talento da tenere d'occhio). Siccome John Logan è uno che scrive bene come solo gli americani sanno fare quando sono bravi, Red è un signor testo. Firmato da uno che lavora soprattutto per il cinema (Il gladiatore, The Aviator, Hugo Cabret) e si sente, ma che conosce bene anche l'arte del dialogo teatrale (e le sue furbizie). Buon punto di partenza, ma non sufficiente a garantire la riuscita dello spettacolo. Cosa che invece accade a questa versione diretta con puntuale intelligenza da Francesco Frongia. Sua anche la scena che ricostruisce con amorevole cura lo studio di Rothko: le grandi tele che fanno esplodere il rosso, l'amaranto e la voragine del nero, i pennelli, il giradischi, i pastelli, gli schizzi, i cavalletti. Uno spazio così concreto da allungarsi fino al pubblico, testimone silenzioso di una brillante, appassionata meditazione sull'arte in forma teatrale.

Il resto lo fa Bruni, a suo agio nel ruolo, un Rothko arrogante e irrequieto, sprezzante e fragile, perché «è una tragedia diventare irrilevanti quando si è ancora vivi». Teorizza, pontifica, dissacra, si tormenta combattuto tra mercato e sacralità dell'arte. Andy Warhol e compari lo incalzano alle spalle e nel confronto con Ken si consuma il conflitto tra generazioni. Feroce, perché i figli devono uccidere i padri, ma non necessariamente destinato al fallimento. Come dimostra un finale che riesce anche a commuovere, a chiusura di uno spettacolo cavalcato da Bruni (e dal suo giovane compagno) con agilità, precisione e il tocco sensibile di chi sa fare del teatro una festa del pensiero senza essere saccente e dell'emozione senza essere retorico.

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