ELFO PUCCINI: Nell'atelier di Rothko si dipinge l'arte del dialogo

IL SANGUE. La ribellione. La mela di Biancaneve. La passione. Ma, soprattutto, la tonalità preferita da Rothko, asceta dell'arte astratta che tuttora sbanca le aste di mezzo mondo (notizia di questi giorni), antitesi esistenziale del genio maledetto Pollock, tutto donne, droghe e motori. Ma dalla fine nerissima quanto dignitosa, come il maestro Monicelli. Su di lui si concentra «Rosso», premiatissimo testo di John Logan, ultima produzione dell'Elfo Puccini firmata da Francesco Frongia, fino al 3 giugno nella Sala Fassbinder con protagonisti Ferdinando Bruni e il giovanissimo Alejandro Bruni Ocaña. Il primo a interpretare Rothko, chiuso nell'esplosività del proprio studio, faticosamente a fare i conti con i compromessi del mercato e della propria testa. Il secondo volenteroso assistente ad imparare l'arte e la vita. Ma che forse qualcosa avrà anche lui da insegnare. In un allestimento che splendidamente ricrea le atmosfere di un atelier (i colori, gli odori, le macchie), rimanda a certi soggetti in voga nell'Ottocento e si lascia dominare da grandi tele. Per immergere lo spettatore in un mondo dove le parole sono importanti almeno quanto le sfumature (come direbbe Paolo Sorrentino). E in cui il confronto generazionale si sviluppa con misura, intrecciandosi a interrogativi che tutto toccano. Il rischio c'era. Ed era alto. Che il cliché maestro/allievo divenisse scontato, didascalico, scadendo da qualche parte nella morale.

Un rischio evitato grazie a un testo che, pur dimenticandosi per strada un paio di spunti di valore, è un carillon perfetto di dialoghi, battute, rimandi. E grazie a due protagonisti sempre a proprio agio, in un duetto che ha i contorni di una rispettosa affinità elettiva. Si ride. Molto. A volte raffinati, altre sguaiatamente. E allo stesso tempo, si entra in contatto con un tema non facile, affrontato senza elitarismi, con un ottimo utilizzo degli spazi scenici. Delicatissimo il riferimento alla morte di Rothko, solo un accenno. Ma a stupire è l'artigianalità, silenziosa coprotagonista. Il mischiare i colori, il tendere una tela, lo sporcarsi anima e corpo, divengono azioni significanti quanto uno slogan. E rimandano a una sapienza manuale, un reale "fare" arte, che nulla hanno a che fare con certi eccessi del mercato.

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