ELFO PUCCINI: I colori di Rothko e la dignità dell'artista

Un uomo in poltrona contempla una grande tela dai colori accesi, la guarda significare, espandersi, agire, vibrare con se stesso in un rapporto intimo e misterioso, ne assorbe il respiro profondo come vorrebbe avvenisse a chiunque la guardi. Quest'uomo, che ha cambiato il corso della storia dell'arte, è Mark Rothko, protagonista di «Rosso» commedia dell'americano John Logan dai dialoghi vivaci, ironici, intelligenti, portata in scena con bella misura da Francesco Frongia, nel ruolo del pittore Ferdinando Bruni, Alejandro Bruni Ocaña è Ken suo giovane assistente. Nella corsa di questo filosofo della pittura verso l'assoluto del colore, i suoi quadri diventano rivelazioni di sentimenti, anch'essi assoluti, intrappolati in una luce emozionale, fino a divenire quasi emersioni di zone d'ombra della coscienza. Logan fa il fuoco su un periodo della vita del grande pittore quando nel 1958 gli vennero commissionati dei «murals» per il ristorante Four Seasons di New York. Rothko accetta ma, disgustato dalle «fauci» che lo frequentano, ricomprerà i dipinti. Il rapporto tra Ken e il pittore è aspro, all'inizio il giovane è quasi paralizzato, ma un giorno dirà a Rothko quello che veramente pensa. Con intelligenza il pittore lo licenzierà: Ken è maturo per uscire nel mondo, combattere e trovare la sua strada espressiva. Lo spettacolo si snoda carico di sollecitazioni, si parla di estetica, etica, percezione, apollineo e dionisiaco, necessità dell'arte, molto ben sorretto dal bravo Ferdinando Bruni, stretto in una misura di rigore interiore che non lo fa mai cadere nello stereotipo del «genio e sregolatezza», non banale e interiorizzata anche la recitazione di Alejandro Bruni Ocaña, quasi fosse sempre talmente turbato d'avere la voce rotta di paura, malinconia, affetto. E il nero, come temeva il pittore, si è mangiato il rosso il 25 febbraio del 1970 quando Rothko si è suicidato.

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