ELFO PUCCINI: Pùntila, un po' Charlot un po' dittatore

Decisamente c'è un ritorno di Bertolt Brecht sulle nostre scene: dopo il Galileo di Lavia e prima dell'Opera da tre soldi del Piccolo il teatro dell'Elfo incontra per la prima volta il grande drammaturgo tedesco. Ci arriva dopo un lungo viaggio scandito dalla presenza carismatica di Rainer Werner Fassbinder, geniale cultore di BB. Testo prescelto per quest'avventura è Mr. Pùntila e il suo servo Matti che da molto tempo non si vedeva sulle nostre scene e che per la sua struttura e i temi che affronta è sicuramente nelle corde del gruppo che ce ne dà un'interpretazione per nulla ideologica, che ha il merito di risvegliare l'antica anima circense dell'Elfo, il suo gusto per un grottesco venato di inquieta malinconia, di spavalda provocazione (un po' più di cattiveria non avrebbe guastato, però), di piacere di stare in scena sviluppando i meccanismi di un comico mai qualunquista, giocato sulla parola e sul gesto, grazie anche a una traduzione (di Ferdinando Bruni) fatta su misura. E un pubblico giovane (ma non solo) ha seguito lo spettacolo con divertimento, entrando a piedi giunti in un testo costruito sulla contrapposizione fra padrone e servo, sull'impossibilità di comunicazione ma anche di una civile convivenza fra classi diverse che Brecht aveva scritto con un'inaspettata vena comica durante l'esilio finlandese nel 1940, prendendo spunto da alcuni racconti della scrittrice Hella Wuolijoki.

Lo spettacolo, firmato a quattro mani da Ferdinando Bruni e da Francesco Frongia, fa suoi alcuni capisaldi del Brecht teorico, autore e regista di teatro: il sipario a mezza altezza qui la gigantografia di un dollaro emesso dallo stato di Puntiland -, che rivela al di là alcuni elementi di una scenografia che si struttura su più piani e che su di un praticabile, nella parete di fondo, scandisce i momenti e i luoghi della storia con scritte luminose; la semplicità degli arredi e quella dei costumi; la luce ferma e chiara che talvolta invade il palcoscenico e la platea; i songs di Paul Dessau qui nell'azzeccato arrangiamento di Matteo de Mojana mentre la recitazione è tenuta sulla corda tesa di una bruciante ironia. Un Brecht parola per parola ma con parole nuove fra cori di lavandaie, povere criste (Ida Marinelli in primis e poi Corinna Agustoni, Francesca Turrini, Carolina Cametti, le CFP, Cooperativa Fidanzate di Puntila); viziate figlie vestite e pettinate come Carole Lombard (una squittente, adorabile Elena Russo Arman); diplomatici allocchi e impomatati (il divertente Umberto Petranca); avvocati (Nicola Stravalaci) e pastori protestanti (Luca Toracca) che apprezzano la buona tavola e la ricchezza di Puntila e che sproloquiano sul denaro che puzza ma sono pronti a servirsene in qualsiasi modo e poi vecchi camerieri, un lavoratore comunista (Francesco Baldi) ...E due momenti comici formidabili: il pranzo volgarotto per un fidanzamento che non ci sarà e il risibile tentativo della figlia di Puntila di mostrarsi "democratica" nel suo comportarsi da brava moglie di un proletario come Matti, ma che ritrova tutta la sua arroganza quando lui le mette una mano sul sedere. Ma i veri protagonisti sono due: il padrone Puntila così ricco da avere perso il conto dei suoi beni, viso di biacca, un po' Charlot, un po' dittatore, scarpe esagerate, camminata di tacco e di punta, risata proterva, pronto a diventare un pezzo di pane, per di più democratico, quando si ubriaca e a ritornare crudele una volta smaltita la sbornia, che Ferdinando Bruni costruisce con bravura come una maschera a orologeria e lo chauffeur Matti ottima interpretazione di Luciano Scarpa saggiamente sempre con i piedi ben piantati per terra, vagamente irretito dalle invitanti grazie della figlia del padrone, che però la sa lunga sui comportamenti dei ricchi.

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