ELFO PUCCINI: Lotta di classe alla Brecht

La partecipazione e le ovazioni finali con cui viene accolto Mr. Pùntila e il suo servo Matti la dicono lunga, in questo caso, sull'esito dell'operazione più di qualunque analisi critica. Affrontando Brecht per la prima volta nel percorso ultra-quarantennale della compagnia, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia hanno allestito uno spettacolo pienamente in linea con la storia recente del Teatro dell'Elfo, di un organismo, cioè, che non prende mai le distanze dal proprio pubblico, che non ne asseconda i gusti e le aspettative, ma stabilisce con essi un legame naturalmente empatico.

Ciò che colpisce e un po' stupisce, anche in questo spettacolo, è il fatto che tra scena e platea sembra stabilirsi una sorta di scambio fisiologico: ciò che devono dire, gli attori non lo comunicano in virtù di particolari invenzioni registiche, ma lo fanno arrivare attraverso certe vibrazioni che si trasmettono istintivamente dall'una all'altra. Il pensiero brechtiano non assume una forma didascalica, come avviene di solito nel teatro epico, ma si manifesta nel tratto stesso dei personaggi, nel loro modo di essere e di parlare. Molta parte di questo effetto passa attraverso la traduzione dello stesso Bruni, che fin dal titolo è quanto di meno rigido e paludato si possa immaginare. Bella o brutta che sia, pare rispondere a un codice comune tra chi recita e chi ascolta, specialmente per quanto riguarda gli spettatori più giovani: quando Pùntila dà dello stronzo al fidanzato della figlia, e la moglie del pastore lo ammonisce che «non si dice stronzo a una festa di fidanzamento», non c'è davvero bisogno di aggiungere altro, lo scopo è già raggiunto.

La scelta in sé di puntare su questa pièce poco rappresentata in Italia se ne ricorda in particolare una messinscena di Aldo Trionfo con Tino Buazzelli e Corrado Pani è indicativa. L'idea del capitalista che da sobrio è uno spietato sfruttatore, e da ubriaco diventa buono, e vuole addirittura far sposare Matti, l'autista, con sua figlia Eva, è in gran parte ispirata al Chaplin di Luci della città, e alle comiche del muto in genere, ma anche a certe commedie brillanti alla Frank Capra, di cui è una chiara citazione la figura di Eva, coi suoi capelli biondo platino e le sue mise hollywoodiane.

E tuttavia, al di là dei richiami cinematografici, evidenti anche nelle didascalie proiettate a mo' di vecchie pellicole tremolanti, Mr. Pùntila pare avere soprattutto una matrice figurativa: la scenografia, tolti pochi oggetti essenziali, si riduce in sostanza a degli emblematici quarti di bue dipinti sul fondo. E i personaggi sembrano tutti "disegnati", ritagliati da un album di caricature d'epoca. Se la regia dà l'impressione di restare un po' in superficie, loro per certi aspetti la trascendono, entrano direttamente nell'immaginario dello spettatore.

Dopo una prima parte meno graffiante, lo spettacolo cresce nella seconda fino alla festa di fidanzamento, gelido banchetto di automi viventi, con gli stralunati scambi di opinione tra la cuoca e la moglie del pastore su come cucinare i funghi, e ha il suo culmine nell'irresistibile schermaglia fra Matti ed Eva, in cui è lui stesso a dimostrare l'impossibilità di sposare la figlia del padrone. È un acre teorema sulle differenze di classe, che non ha bisogno di ulteriori dissertazioni ideologiche: lei ci prova, si sforza di adattarsi, ma crolla quando l'uomo le dà una pacca sul sedere.

Sul versante interpretativo, Bruni dà al suo Pùntila un'efficace connotazione fisica, la voce stridula, le spalle incassate, il busto sempre un po' proteso in avanti o all'indietro. Ma è molto bravo anche Luciano Scarpa, un Matti asciutto, senza fronzoli. Elena Russo Arman si cala bene nei panni della bionda svampita, Umberto Petranca è il divertente attaché. E poi c'è Matteo de Mojana, attore-musicista, e il coro di quattro donne che trasformano i song di Dessau in canti da mondine.

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