ELFO PUCCINI: Poca ideologia e molta ironia: atipico Brecht ottima scelta

BRECHT è invecchiato male. Inutile girarci intorno. Intoccabile come tutti i santini, fa leva sull'affetto che proviamo per la maglietta di Che Guevara piegata nell'armadio. Per quella voglia che ci prende di piani quinquennali e stabilità sovietica, magari dopo l'ottavo contratto a tempo determinato... Ma, detto questo, sul palco intimorisce per dimensioni e retorica. E le canzoncine hanno la stessa concretezza dell'insanabile nostalgia per Berlinguer. Si capisce allora il terrore verso una stagione teatrale in cui ci sono da festeggiarne i 60 anni dalla morte. Anche l'Elfo Puccini partecipa, con quello che è il primo Brecht della sua storia, se si esclude "L'anima buona di Sezuan" del 2009 per lo Stabile di Genova, con una fantastica Mariangela Melato. La scelta cade su "Mr Púntila e il suo servo Matti", regia di Francesco Frongia e Ferdinando Bruni che ne ha curato anche la traduzione, fino al 31 dicembre in corso Buenos Aires. Una scelta di chi è conscio dei rischi di cui si diceva. E di chi al Novecento chiede altro. Ecco quindi il Brecht meno brechtiano di tutti, poca ideologia e molta concretezza drammaturgica, personaggi ben cesellati, perfino un certo divertito spirito libertario. Roba da scomunica. Merito anche di una regia che tiene altissimo il ritmo di una commedia popolare intorno al capitalista Púntila, che vessa i suoi dipendenti da sobrio, ma diviene una personcina piacevole e generosa da sbronzo. Il servo Matti gli fa da spalla, cercando di sfruttarne i cambi di umore come un Sancho Panza politicizzato. In un allestimento che, attraverso dei grandi disegni di sezioni animali, ricorda simbolicamente come per il capitalismo l'individuo sia carne da macello (citazione dell'amatissimo Fassbinder?); ma che con pochi dettagli riesce anche a ricreare un contesto in bilico fra borghesia e proletariato contadino. Lavoro corale, dove emerge un Bruni in formissima: gestualità chapliniana da film muto e carisma. Intorno a lui nessun anello debole ma si segnalano l'ottimo Luciano Scarpa nei panni di Matti ed Elena Russo Arman. E poi lei, Ida Marinelli. Certo, è un Brecht che sfiora Feydeau, nel bene e nel male. Altra scomunica. Ma è un teatro d'alta qualità, che gioca con il presente (le saune a Roma...) e per due ore diverte con intelligenza. Tanto che la chiusa ideologica con il licenziamento dell'operaio comunista risulta fragile fragile. Ma sul palco forse la rivoluzione può attendere.

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