ELFO PUCCINI: Willy, discesa agli inferi

SAREBBE FACILE SOSTENERE CHE «MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE», CAPOLAVORO DI ARTHUR MILLER, DRAMMA COSTRUITO ATTORNO ALLE FALSE LUCI del Sogno americano, a una felicità e a un successo da raggiungere a tutti i costi, con i suoi sessantacinque anni di vita sia un testo «vecchio». Ma è sufficiente conoscere la famiglia Loman, sentire la tensione palpabile del pubblico che affolla l'Elfo Puccini, per capire che non è così. Willy Loman, commesso viaggiatore spremuto come un limone e poi eliminato quando ormai la prontezza dei riflessi e la capacità di vendere non sono più quelle, punito nel suo irrefrenabile desiderio di essere il numero uno e di crescere i suoi due figli Happy e Biff secondo quell'ideale, non ci è estraneo. Basta leggere i giornali, guardare la gente che ci sta attorno per capire che i Willy Loman «esodati» per la crisi economica dal proprio ruolo non solo produttivo ma anche sociale e morale sono ancora fra noi. Ieri come oggi, infatti, ci sono uomini e donne pronti a gesti estremi, proprio come succede in questa passione laica della classe media spazzata via dalla fine dell'ubriacante corsa al consumismo.

In questa impietosa discesa agli inferi di un commesso viaggiatore - oggi professione che non esiste più almeno come l'intende Willy: «vendere è il mestiere più bello del mondo» -, con moglie devota, vero baluardo di quella casa a Brooklin acquistata con immensi sacrifici, uomo con la testa piena di sogni senza rete per sé e per i figli di cui si ostina a non vedere le debolezze, i nodi sono destinati a venire al pettine. Happy infatti dilapida il suo stipendio fra cene goderecce e ragazze, e Biff, il più amato, ha improvvisamente interrotto la sua corsa verso il successo dopo aver scoperto il padre con un'altra donna. Il rapporto fra i due è invivibile, anche se con un tardo abbraccio potrebbe ricomporsi e il suicidio di Willy in macchina, con la polizza lasciata ai suoi è un gesto estremo di amore.

Costruito cinematograficamente come un flash back in un continuo andare e venire fra passato e presente, Morte di un commesso viaggiatore è un vertice di quella drammaturgia milleriana, in cui fatti di gente comune si trasformano in coscienza collettiva. Su tutto questo, la regia di Elio De Capitani con passione e intelligenza ha costruito uno spettacolo importante in cui si mescolano armoniosamente il piano del presente a quello del passato, in un andare e venire fra realtà e sogno, che la scena espressionista di Carlo Sala divisa in diversi luoghi deputati - la casa, il giardino, un bar, un ufficio, un albergo -, a volte compresenti, evidenzia per dare vita allo spazio della realtà e a quello del ricordo dove si svolge questa saga di borghesi piccoli piccoli e dove Miller paga un contributo altissimo al suo amato Ibsen. Notevole la prova della numerosa compagnia, un atto di coraggio in questi tempi teatrali così difficili, con una recitazione sul filo di un vissuto tutto interiore. Elio De Capitani è un Willy Loman commovente, bravissimo nel tenere il suo personaggio su di una corda tesa molto profonda e umanissima, Cristina Crippa trasmette assonanze inaspettate alla sua Linda e non si lascia sfuggire il suo doloroso finale (perché morire proprio quando si sono finiti di pagare i debiti?). Angelo Di Genio (Biff) ben sottolinea la nevrosi, l'incapacità, l'infelicità ribelle di una generazione, Marco Bonadei disegna con sicurezza il suo inconcludente Happy e in sintonia sono tutti gli altri da Andrea Germani, l'amico rivale a Federico Vanni, Vincenzo Zampa, Alice Redini, Marta Pizzigallo, mentre Gabriele Calindri, Ben fratello di Willy, che ha fatto fortuna lontano è il simbolo quasi messianico di una nuova frontiera, tutta da conquistare.

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