ELFO PUCCINI: Vita di un commesso viaggiatore

I personaggi della Morte di un commesso viaggiatore, come quelli di Zoo di vetro, sono tutti abbagliati dal luccichio dell'illusione, dal barbaglio di un qualche fragile sogno intravisto in trasparenza, che riflette un'immagine deformata delle persone e delle cose. Mentre però nelle tormentate creature di Tennessee Williams questa incapacità di guardare alla realtà assume un tratto patologico, il dramma di Arthur Miller ce la mostra come una componente inscindibile dellavita, la condizione necessaria e indispensabile per poter affrontare ogni giorno i contraccolpi del destino.

A sessantacinque anni dalla sua stesura, il testo proposto all'Elfo Puccini appare dunque esattamente questo: non tanto un racconto, lo spaccato di una società dove "le sole cose che hai sono quelle che puoi vendere", ma una sorta di lucido teorema sull'inesorabilità di un meccanismo che produce solo menzogne: Willy Loman, l'uomo che per un'intera esistenza ha spacciato sogni a buon mercato ai propri simili, vede bene il fallimento dei progetti di successo per sé e per i suoi figli, ma appunto per questo non può che restare ostinatamente aggrappato agli ideali fuorvianti dei quali si è nutrito.

È anche, a mio avviso, la ragione per cui il pubblico segue l'azione senza fiatare dall'inizio alla fine: Morte di un commesso viaggiatore non ha la modernità stilistica o l'urgenza storica di Frost/Nixon, ma cattura ancora oggi l'attenzione della platea con quel crescendo inesorabile per cui la vicenda, come in una tragedia classica, non può non finire come in effetti finisce, con un atto auto-distruttivo, un suicidio mascherato da incidente che forse non servirà neppure a frodare l'assicurazione, ma che consente a Loman di inseguire i suoi miraggi fino all'ultimo istante.

Vien da chiedersi in base a quali insondabili alchimie un'opera che era parsa, nelle ultime occasioni in cui la si era vista, alquanto datata, si presenti ora così tesa e aguzza, come se fosse scritta oggi. Lo spettacolo, senza dubbio, tocca temi molto attuali, il mutuo, le rate da pagare, la disperazione di chi si uccide perché non ha più i mezzi per sopravvivere: ma se conquistalo spettatore è, a mio avviso, soprattutto perché parla d'altro, parla della vita, della difficoltà di accettarne gli sbandamenti, dello strazio dell'invecchiamento, di uno scomodo bilancio delle colpe e degli errori.

La messinscena accentua molto gli aspetti onirici di fondo con cui Miller attenua e sfuma il sostanziale realismo della trama, dando spazio in particolare alla spettrale presenza del fratello Ben, quello che ha fatto fortuna in Alaska. De Capitani, che da Fassbinder e dagli altri autori prediletti ha imparato a prosciugare naturalmente ogni traccia di retorica, senza dover stravolgere per forza i testi, proietta gli avvenimenti in una sfera astratta, mentale: la scenografia di Carlo Sala evoca una specie di ambiente industriale neutro, spoglio, col letto e il frigorifero che escono dalle pareti.

Al tempo stesso l'attore-regista vuole cogliere il ritmo interiore di questo viaggio del protagonista verso la sua sorte, dilatandone insolitamente la durata, che è di circa tre ore e mezza: rallenta, indugia nei dettagli, sembra quasi giocare a protrarre l'attesa dell'inevitabile epilogo come forse si faceva una volta, di fronte a certi drammoni ottocenteschi. E proprio in questa singolare capacità di coniugare la tradizione con l'innovazione sta, probabilmente, uno dei motivi per cui l'Elfo Puccini sta diventando un fenomeno unico nel panorama nazionale.

Poi, ovviamente, c'è l'eccellente contributo degli interpreti, primo fra i quali lo stesso De Capitani, che tratteggia un Willy Loman diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto, bizzoso, cocciuto, un po' infantile, smarrito di fronte all'età che avanza ma anche pronto a imprevedibili scatti di rabbia: se chi lo ha incarnato in passato tendeva a smussarne gli eccessi, lui li enfatizza, conferendogli un che di dolorosamente downesco. Lo affiancano efficacemente, tra gli altri, Cristina Crippa, Gabriele Calindri, Federico Vanni e, tra i giovani, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Alice Redini.

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