ELFO PUCCINI: MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

È dal gennaio del 2014 che Elio De Capitani rappresenta questo testo di Arthur Miller, portandolo in giro in lunghe tournées. Il successo dello spettacolo dipende da due elementi che insieme si collegano felicemente, il testo dell'autore americano e l'impostazione datane dal regista e protagonista della pièce, che senza nulla cambiare della scrittura ne offre una dimensione staccata dal realismo che avrebbe costituito la sua caratteristica essenziale ai tempi del debutto, nel 1949, a New York, con la prestigiosa regia di Elia Kazan, rendendo il testo una sorta di onirica rivisitazione di un passato incombente in un presente vissuto come già immerso in una riflessione postuma, sofferente e determinata a concludersi in un inevitabile destino negativo, eppur liberatorio.

Sono personaggi qualunque, questi, di Miller. Gente piccolo-borghese di un'America illusa di un benessere fatto di oggetti a rate e di rivalse esistenziali, rivolte a perseguire un primato purchessia, di successo economico, di prestigio sportivo, di fama comunque, senza la quale, messi da parte i valori familistici, affettivi, di coscienza, la vita perde di senso e bisogna arrivare a cancellarla. Un panorama lontano più di mezzo secolo, ma attuale se visto come una riflessione che ci coinvolga per metafora.

Willy Loman è un commesso viaggiatore che da decenni percorre le autostrade americane vendendo i prodotti dei suoi campionari. Simbolico mestiere, il suo, che in parallelo alla vita segna un percorso pieno di ostacoli e di piccole soddisfazioni, soprattutto di illusori traguardi che nascondono una profonda incapacità di farsi carico di autentiche responsabilità, soprattutto nei confronti di una moglie – Linda – che lui ama e da cui è adorato e ammirato, e dei figli ormai cresciuti, incapaci di crearsi un posto nel mondo, perduti ognuno dietro a falsi traguardi: Happy, rimasto in casa, con un lavoro mediocre e amori dozzinali, Biff da ragazzo una promessa sportiva, caduto poi in una sorta di indifferenza esistenziale dopo una bocciatura liceale, a cui non ha reagito dopo aver scoperto il padre, a cui aveva chiesto aiuto, in compagnia di una donna in un albergo, cadutogli il rispetto per quel padre che gli era parso tanto legato alla madre. Sono queste le premesse di un declino che Willy avverte senza volerlo riconoscere, una sera di ritorno da un viaggio per il suo solito lavoro, interrotto per un malore. Quel tornare indietro a metà strada è il segno di un progressivo fallimento, che si manifesta via via attraverso ricordi che emergono dal passato in un intreccio complesso con momenti del presente, dove i personaggi reali si alternano a quelli che in altre epoche avevano segnato la vita di Willy, come il fratello Ben, che in pochi anni si è fatto ricco trovando miniere di diamanti, presenza incombente a rinfacciargli il suo insuccesso, e come gli stessi suoi figli, radiosi di promesse da ragazzi, che lui si illude si avvereranno un giorno o l'altro, rifiutando di arrendersi davanti al fallimento. Ed è l'ostinazione a questa fiducia in un futuro realizzato che gli impedisce di vedere la realtà nel suo squallore. Ma questa è l'unica sua possibilità di esistere senza sentirsi fallito. Quando non potrà più continuare in questa menzogna deciderà il suicidio, unica possibilità di ottenere almeno quel successo economico che appartiene al sogno americano. Finite le rate per il frigorifero, l'aspirapolvere, il mutuo, elementi simbolo dell'ottimistico sogno americano, Loman, pagata l'ultima rata dell'assicurazione, deciderà di farsi fuori proprio su quell'automobile che è stata il suo cavallo di battaglia nel mestiere di commesso viaggiatore. Quei soldi saranno per la sua fallimentare famiglia il suo trionfo, una pallida parvenza del successo mancato. Ma prima di quel momento, dopo una tremenda serata con i figli con cui avrebbe dovuto cenare allegramente pensando ai futuri successi di quel Biff da lui idolatrato, Willy si mette a seminare – carote, barbabietole, altri ortaggi – nel piccolo e oscuro terreno davanti alla sua casa, ristretto fra le case nel frattempo cresciute intorno. E quel seminare cose che servano al nutrimento, con le proprie mani, è un segno forte di attaccamento a quella vita che non gli ha dato quello che avrebbe voluto.

Difficile descrivere le varie fasi di un testo così complesso. Circondano Willy, il cui personaggio grandeggia da assoluto protagonista, figure delicate ben delineate dagli attori. In particolare la Linda di Cristina Crippa, nelle sfumature di una convivenza fatta di vero affetto e di comprensione, al limite del sacrificio di sé. E il Charlie di Federico Vanni, l'amico che sostiene Willy, incapace di accettare da lui un lavoro ma a cui chiede quei denari che gli sono necessari per continuare a sopravvivere: l'abbraccio fra i due è una scena di vera misericordia. E il Bernard di Daniele Marmi, il ragazzo dall'apparenza insignificante, figlio di Charlie, che si conquista il suo posto nella vita a prezzo di studio e lavoro. E naturalmente i due ragazzi, l'Happy di Marco Bonadei, cinico quanto disperato, e soprattutto il Biff di Angelo Di Genio in situazioni alternate di affetto e di ripulsa, di slanci e di rifiuti. Ma tutta la compagnia risponde alla regia di Elio De Capitani, che ha risolto un testo assai difficile e anche a tratti pesante, mantenendolo tutto quanto come una sinfonia impossibile da ridurre, ma da offrire al pubblico come un'elegia, una sorta di trasparente storia di vita vissuta come in un sogno, dove tutto è possibile, e il bene alla fine, magari davanti a una tomba, si fa avanti in una pace ritrovata.

Applausi e consensi hanno salutato il lavoro davvero riuscito della compagnia, e per noi il rimpianto che non ci siano in Italia spettacoli che portino avanti una drammaturgia italiana di analogo spessore.

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