ELFO PUCCINI: «La cosa più bella? Mettere insieme vita e palcoscenico»

Per Kurt Vonnegut «siamo quello che facciamo finta di essere». Quest'anno Elio De Capitani - regista, attore e, con Ferdinando Bruni, dal 1992 direttore artistico dell'Elfo Puccini - è stato Nixon in «Frost/Nixon» di Peter Morgan, Willy Loman in «Morte di un commesso viaggiatore» di Arthur Miller e Aldo Juretich in «Goli Otok» di Renato Sarti. Tre ruoli e tre modi di fare teatro che lui considera «un bel dono che mi ha fatto la vita». E che il 21 all'Elfo Puccini gli regalano il Premio Hystrio all'interpretazione. Celebrati con lui, nella festa finale di una tre giorni che dal 19 vedrà svolgersi le selezioni del «Concorso Hystrio alla Vocazione», ci saranno anche Valerio Binasco, Michele Santeramo, Gigi Saccomandi, Mario Perrotta, IT Festival, Compagnia Teatrale FavolaFolle, Fratelli Dalla Via, Jo StrOmgren Kompani e gli attori e drammaturghi emergenti vincitori dell'edizione 2014 e il cui riconoscimento è uno dei punti di forza del Premio Hystrio.

«Loman, Nixon e Juretich sono in fondo personaggi legati fra loro dal tema della menzogna- racconta De Capitani -: il primo mente alla famiglia e a se stesso creando una realtà artificiale per sopportare il mondo. Il secondo la costruisce per manipolalo. Il terzo, infine, è costretto alla menzogna del silenzio dalla Storia, perché non può raccontare la sua prigionia».

Non è casuale quindi che lei li abbia affrontati nella stessa stagione.
«Per i miei 6o anni ho pensato intensamente al tema della menzogna. Nell'idea del simulare c'è dentro tutto: il far finta, il progettare. E c'è la riflessione sul significato della finzione legata al mestiere dell'attore. Ma anche alla politica e all'utopia politica. Immaginare/simulare un altro mondo è un po' il paradosso della politica, dell'attore e della vita».

Il suo è il Premio Hystrio all'interpretazione. Ma quanto pesa, nel suo essere attore, essere regista?
«Nasco come attore. Sono diventato regista per disperazione: volevo sperimentare qualcosa di profondo come attore. L'Elfo di allora con Salvatores era un allegrissimo teatro, ma mancava la ricerca in profondo sull'attore che ho poi avviato come regista. Da qualche tempo ho ricominciato a sondare la mia dimensione attoriale, è scattata in me una maturità diversa nello stare in scena: una capacità di incarnare i personaggi dando loro una dimensione di coscienza dell'intimità della propria vita interiore che negli anni precedenti avevo cercato a lungo, ma non avevo mai raggiunto».

Ed è una capacità frutto dell'esperienza?
«Nel mio caso credo venga anche dalla fortuna di vivere in un collettivo. Con Bruni, Cristina Crippa, Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Luca Toracca e altri siamo un bell'ensemble di attori che ha attraversato 41 anni di vita insieme e creato un progetto di connubio fra esistenza e palcoscenico. Voglio dedicare questo premio a "Lola che dilati la camicia" di Marco Baliani che dopo 18 anni sta affrontando all'Elfo le sue ultime repliche ed è un emblema della nostra vita. Allo spettacolo e a tutti i suoi attori, in particolare a Cristina Crippa, che è anche mia moglie».

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