ELFO PUCCINI: L'inferno di una morte civile

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Cristina Crippa sostiene per un'ora e mezzo la difficile, imbarazzante parte, svelando, ancora una volta, una profonda sensibilità interpretativa. Tra l'altro - e le siamo grati - ci risparmia tante facili concessioni ai consunti archetipi comportamentali della follia. Si ferma, giustamente, un attimo prima, per proporre non una naturalistica rappresentazione del male, ma la denuncia di un'infamia di cui rimase vittima una disgraziata, come capitò a tanti sciagurati, per la convenienza, la comodità, l'interesse o semplicemente per cinismo o ipocrita perbenismo di tante famiglie. Non importa più, dunque, se Adalgisa Conti fosse realmente matta. Senz'altro, le sue isteriche insistenze sessuali dimostrano qualche ossessiva anormalità. Importa e rimane, invece, il dramma della diversità. E dell'infamia. E quel muto urlo strozzato sulla stupefacente maschera finale della Crippa diventa molto più drammaticamente eloquente di tante parole.

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