ELFO PUCCINI: Le vorticose emozioni di "Lola"

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La potenza delle parole, nel naufragio di sintassi e senso, si disperde nella scarna dimensione sonora di rumori e brani operistici. E non conta solo il rigore degli esiti, ma l'onestà e le passione che si respira: Cristina Crippa s'incide come un'icona violenta e insieme diafana, con lo sguardo perduto e il corpo proteso nel nulla, scosso dai raptus o placato negli abbandoni. Con lei Patricia Savastano, secondina e solidale, inserviente e narratrice, che si divide tra trasfigurazione e testimonianza.
La lingua è un impasto di italiano alto e ingenuità di provincia, tipico del primo Novecento, con le parole della vittima che s'intrecciano ai bollettini medici.

Toccanti la scena dell'abluzione nella tinozza e il duetto con la “nutrice” a imboccare le parole alla donna perduta. Così, tra un bagno purificatore e la trasformazione finale in grottesca maschera della follia, la vita si smarrisce fissandosi in un urlo senza respiro alla Munch e la proiezione del reperto della scrittura. Un successo.

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