ELFO PUCCINI: Una voce dal manicomio

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Una storia per tanti aspetti emblematica nella sua ordinaria quotidianità, nella sua quotidiana ferocia, resa se possibile ancor più drammaticamente significativa dal fatto che la Conti, nei primi tempi del suo soggiorno in ospedale, ebbe modo di scrivere questo scarno documento autobiografico: un breve resoconto in prima persona, indirizzato quale tributo di fiducia al medico che la curava, in cui la donna descriveva in tono quasi lieve e persino vivace l'ambiente da cui veniva, il paese, l'infanzia, le circostanze che l'avevan condotta lì dentro. Un percorso di autocoscienza lucido e straziante, che forse - se fosse proseguito - avrebbe riscattato il suo destino di reclusa e invece, caduto nel silenzio, la condannò subito dopo alla regressione e alla demenza precoce.

Proprio sull'originalità di questo documento, e sui molti quesiti che esso pone alla nostra coscienza, ha giocato Baliani evidenziando ora la freschezza nella descrizione di luoghi e personaggi, ora il disperato candore con cui è raccontata la condizione d'una condannata alla malattia mentale. L'aspetto più affascinante del linguaggio della Conti - che non era ovviamente una scrittrice, e non attribuiva finalità artistiche alla sua prosa - è quella sorta di impudica concretezza con cui il testo si sviluppa per accumulo d'impressioni corporee, quel continuo parlare che vi si fa di sangue, di urina di feci, di mestruazioni. La nota più struggente è la sua grazia da canto del cigno, quasi un'estrema espressione d'affetto per la vita che però già dal suo interno si va via via facendo sfilacciata e balbettante.

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Rudemente lavata in un catino, rivestita da un ruvido camicione, alla fine anche grottescamente impiastricciata con un orribile trucco da vecchia, Cristina Crippa è intensa e penetrante nell'evocare gli insondabili umori della protagonista, mentre Patricia Savastano incarna una figura che è insieme di infermiera, suggeritrice, alter ego.

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