ELFO PUCCINI: TEATRO DELL'ELFO A TUTTO WILDE

Non è certo necessario ricordare le personalità d'eccezione che il teatro e la letteratura ci hanno regalato solo in occasione dei loro anniversari di nascita o di morte!
Bene dunque ha fatto il Teatro dell'Elfo di Milano, in questa stagione, e al di là di ogni commemorazione, ad affrontare Oscar Wilde mettendone teatralmente in stretta relazione la vita con uno dei suoi capolavori, per scandagliarne in modo profondo l'opera e la portata della figura.

Francesco Frongia e Ferdinando Bruni hanno voluto affrontare con intelligenza e in modo contemporaneo ed intrigante uno dei suoi capolavori più conosciuti, "L'importanza di chiamarsi Ernesto", proponendolo insieme alla pièce dell'americano Moises Kaufman "Atti osceni" (I tre processi di Oscar Wilde) che mette in scena gli atti processuali delle cause che nel 1895 videro al centro Oscar Wilde: la prima intentata dallo scrittore irlandese contro il marchese di Queensberry per diffamazione; le altre due intentate dalla Corona inglese contro Wilde per atti osceni, e che portarono alla condanna del famoso scrittore irlandese a due anni di lavori forzati, per la sua ostentata amicizia col giovane lord Alfred Douglas, figlio appunto del marchese di Queensberry, una condanna che gli farà il vuoto intorno, portandolo a morire in solitudine nel 1900 a Parigi.

"Atti osceni" si presenta come un docu-drama di impronta brechtiana. In una scena efficacemente disadorna, con solo otto sedie d'epoca e alcune sbarre a delimitare gli spazi, i vari testimoni del processo, gli avvocati dell'accusa e della difesa, mettono il pubblico davanti ai fatti nudi e crudi delle vicende, a cui fanno da contraltare le nobili e alte parole di Wilde, non solo sull'arte ma anche sulla società del suo tempo, parole intrise di un'ironia così sagace e potente da rendere visibilissima, smascherandola, tutta l'ipocrisia di una società ben peggiore dei fatti a lui attribuiti.

In due ore di spettacolo, "Atti osceni" diventa così un convincente e propositivo discorso sul rapporto tra arte, potere e libertà, in cui nove attori, scambiandosi significativamente anche le parti, intorno a Giovanni Franzoni – un Wilde tenero e graffiante, offerto come vittima sacrificale – diventano testimoni contemporanei di un affronto consapevole ad un'intelligenza vividissima, libera da schemi e costrizioni.

Di converso era assolutamente corretto mettere in scena in continuità, utilizzando anche e soprattutto alcuni dei medesimi attori, "L'importanza di chiamarsi Ernesto", andato in scena la prima volta il 14 febbraio 1895 (oggi l'ultima replica).
Qui l'assunto proposto nello spettacolo precedente diviene dichiaratamente palpabile e lampante nei personaggi principali della commedia: il giovane aristocratico Algernon Moncrieff e il suo vecchio amico Jack Worthing.

I due protagonisti di questa spumeggiante e nello stesso tempo amarissima commedia, per poter vivere una vita al di sopra di ogni sospetto, creano un alter ego, facendosi chiamare rispettivamente Bunbry ed Ernest Worthing.
I riflettori si accendono soprattutto su Worthing, che abita in campagna, dove vive una vita irreprensibile, essendo tutore della giovane Miss Cecily Cardew. Finge dunque di avere uno scapestrato fratello a Londra, il cui nome è appunto Ernest, per poter condurre una vita di piaceri.
Da qui si snodano una serie di equivoci e di sorprendenti meccanismi drammaturgici, compresa una gratificante e risolutrice agnizione finale, che svelano tutta l'ipocrisia di una società perbenista, falsa e bigotta.

Il titolo della commedia, in cui i personaggi in modo imperturbabile sommergono il pubblico con i più assurdi paradossi (ahinoi assai veritieri), allude a un vero e proprio gioco di parole, basato sulla parola "earnest", che significa non solo onesto, ma anche serio, affidabile e il nome Ernest (che in inglese si pronuncia esattamente come earnest), tanto che a volte il capolavoro di Wilde viene tradotto in "L'importanza di chiamarsi Franco".

Bruni e Frongia allestiscono uno spettacolo dal punto di vista iconografico connotato da costumi sgargianti, e da una scena affidata a pochissimi elementi, su cui campeggiano tre grandi quadri dove troneggia l'autore.
Questi pochi elementi lasciano davvero che la parola sia regina del palcoscenico, mentre sul fronte espressivo, tutte le movenze e la recitazione si esprimono in chiave fumettistica, pervase da una godibilissima aura queer.

Tutti gli attori, tra cui emergono i protagonisti Giuseppe Lanino e Riccardo Buffonini, si adeguano perfettamente alla messa in scena, che ci regala due ore di caustico e intelligente divertimento, pur segnato da un incontrovertibile acre sottofondo, che conquista persino il pubblico degli adolescenti, spesso irrequieto.

Non contento di aver omaggiato Wilde con questi due lavori, il Teatro dell'Elfo ha voluto chiudere il cerchio, nei medesimi giorni, affidando a Ferdinando Bruni, non nuovo peraltro a tali fatiche (a lui si deve anche una bella narrazione dedicata al "Racconto di Natale" di Dickens) "la lettura", condita di effetti sonori speciali, di uno dei più famosi racconti dell' autore irlandese: "Il fantasma di Canterville", protagonista un tenero spettro, capitato suo malgrado in un castello inglese, acquistato da americani, che ha richiamato anche il pubblico delle famiglie, a conferma dell'estrema versatilità dell'autore.

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