ELFO PUCCINI: Oscar Wilde e la sarabanda dell'ipocrisia

L'alta società che Oscar Wilde fa vivere nella sua commedia più fortunata «L'importanza di chiamarsi Ernesto», è una società formale e futile, un mondo chiuso nelle sue sciocche regole di «bon ton», paradossale nella sua ipocrisia, ridicolo nel suo «colto» dialogare, feroce nel suo conservatorismo. Dialoghi taglienti come lame, battute che si susseguono a getto continuo, «sparate» da personaggi che, nella vivace, divertente lettura registica di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia lo- ro anche scene e costumi so- no spietate marionette, eleganti, annoiate, opportuniste e benpensanti.

Le parole diventano mattoni di un assurdo che Ionesco saprà cogliere nel suo tragico grottesco, disegnando attraverso il linguaggio il vuoto di una società. E virata decisamente all'assurdo è questa regia molto ben sostenuta da tutti gli attori capaci di far riverberare ogni battuta, chiusi in personaggi sopra le righe che dicono il nulla e hanno questo nulla come sostanza. Si nutrono di paradossi, divorano parole a ritmo sostenuto, si aggrovigliano nella trama per poi districarsene con lievità in questa sarabanda assurda, esilarante specchio di una società vacua e spietata che costò l'ostracismo, la galera e la vita a Wilde.

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