ELFO PUCCINI: Bravo De Capitani rende umano Lear

LEAR secondo Edward Bond, che nel 1971 riscriveva Shakespeare guardando più a Büchner che a Brecht, è un tiranno che fa a pezzi la sua famiglia e il suo paese sull'altare di un'ossessione: un gigantesco muro da erigere come unica garanzia di conservazione non solo del potere, ma anche, così vuole la sua follia, della libertà. Ma le figlie Bodice e Fontanelle lo tradiscono sposando i nemici, i sudditi si ribellano guidati da Cordelia, il regno va in pezzi. È la guerra di tutti contro tutti che legittima atrocità e violenze di ogni tipo, stupri, mutilazioni, torture. Prima in fuga, poi imprigionato e punito con l'accecamento nel momento del ravvedimento, Lear va incontro alla morte ai piedi del suo muro. Troppo tardi per abbatterlo: il popolo, temporaneamente diventato sovrano, ne prosegue la costruzione. Non è un testo facile, e nemmeno perfetto, questo Lear che Lisa Ferlazzo Natoli recupera e adatta nella traduzione di Tommaso Spinelli dentro uno spettacolo severo e ambizioso che ha l'intelligenza di non infilarsi nell'attualità. È piuttosto una parabola senza tempo che si nutre di tutti gli orrori del '900. Complessa, a tratti ostica e decisamente sovraccarica, ma la mano registica è ferma e lo sguardo è lucido. Funziona la scena alla tedesca di impalcature metalliche e scariche di neon che modulano le rovine di un conflitto permanente immerso in un curatissimo tappeto sonoro, funziona soprattutto la compagnia, otto attori per una trentina di personaggi che affollano un mondo accartocciato su se stesso. Bravi tutti, menzione speciale per Francesco Villano che si moltiplica per sei e per le due orribili sorelle di Maria Pilar Perez Aspa e Alice Palazzi. Un discorso a parte merita il Lear di Elio De Capitani, che scioglie la megalomania paranoica del tiranno dentro lo strazio di un uomo e di un padre al cospetto del male che ha generato. Il dramma è politico, la tragedia esistenziale, la sua interpretazione di una compostezza da grande attore.

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