ELFO PUCCINI: La palestra della felicità

Ho sempre amato il teatro.
Un po' perché comprime la vita su un palco, un po' perché sottolinea e ripassa con la matita grossa quello che siamo noi nella vita, prendendoci in giro, caricaturizzandoci.
E poi perché fa pensare. Ci aiuta a mettere a fuoco aspetti che altrimenti non avremmo notato.

Ovvio. Non sempre succede.
Devono incontrarsi autori, attori e registi e formare un mix equilibrato.
Un bravo autore crea i binari sui quali si muoveranno gli attori. Decide la direzione, il tema.
Un bravo attore colora un testo, rubando a se stesso e regalando al pubblico.
Un bravo regista inventa, aggiunge forme, coordina gli sforzi degli attori.

Ho trovato questo sapiente mix andando a vedere La palestra della felicità.
Il testo è di Valentina Diana, la regia è di Elena Russo Arman che lo interpreta insieme a Cristian Giammarini.

Ero molto curioso: nel titolo c'è la promessa di rispondere ad una domanda che da sempre mi affascina.
Si può allenare la felicità?

Ho avuto anche la fortuna di assistere alla prima.
Significa che riesci ancora a cogliere le sbavature dell'artefatto prima che il lavoro abile dell'artigiano le levighi via. Riesci a percepire ancora i particolari in cui gli attori stanno mettendo del loro e non si affidano all'abitudine delle repliche.
La sensazione di avere a che fare con un work-in-progress è accentuata ancor di più dal modo in cui sono montate le varie parti dello spettacolo, lasciando irrisolti alcuni personaggi e non definite alcune scene.

La commedia (perché alla fine è di una commedia che si tratta) mette insieme e fotografa una serie di coppie.
Una donna ed un uomo che possono essere genitore e figlio, marito e moglie, amante e amato.
Il tratto comune è l'anormalità di ogni figura, o forse - questo viene lasciato all'esperienza di vita dello spettatore da decidere - la tipicità di alcuni comportamenti.

I due attori vengono messi severamente alla prova.
Gli viene richiesto di interpretare ruoli diversi e caratterizzare in modo netto i vari personaggi avendo a disposizione solo pochi minuti e quasi nessun artificio scenico. Una parrucca e un vestito di scena, questo è tutto.
Così devono giocare con la voce (meravigliosi certi toni raggiunti da lei), con il ritmo, con i volti (grandissime certe espressioni silenziose di lui).
E naturalmente con il testo.

Mentre lo spettacolo si svolgeva, mi sono ritrovato molto spesso in alcune nevrosi dei personaggi (di entrambi, sia il lui che la lei) ed ho riconosciuto amici e conoscenti, dinamiche di coppia, frammenti di esperienze.
Credo che alla fine sia questo il vero teatro. Mettere in scena lo spettatore e renderlo partecipe.

Alla Sala Bausch del teatro Elfo Puccini il sipario non c'è, ad accentuare ancor di più la continuità tra la vita e la sua rappresentazione.
E' una saletta piccola, raccolta. I pochi posti disponibili danno ancor di più la sensazione di essere nel salotto di una casa di amici e di partecipare da testimoni a quello che si svolge sul palco.
Uno di quei casi in cui persino il teatro-edificio aiuta il teatro-arte.

Insomma, uno spettacolo da non lasciarsi scappare.
Fortunatamente è possibile rivederlo fino al 26 di marzo, qui a Milano.

E non preoccupatevi troppo se, mentre uscite, vi chiederete "Ma sono anch'io davvero così?"
Perché è questa la risposta alla mia domanda.
Per allenare la felicità bisogna attraversare tutti i piccoli e grandi drammi della nostra esistenza.
In una parola, vivere.

PS (a carattere personalissimo): Cristian non ti immaginavo così eclettico.

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