ELFO PUCCINI: LA PALESTRA DELLA FELICITÀ

Commedia e tragedia: solo la messinscena ha capacità di far coesistere due facce della stessa medaglia, ovvero il dualismo della vita, attraverso il grottesco che è contrasto, sproporzione, squilibrio.

Che cosa sono le nostre vite se non grotteschi e, ahimè, spesso infruttuosi allenamenti nella "palestra della felicità"?

Che cosa siamo se non "personaggi" senza autore alla estenuante ricerca della sceneggiatura ideale?

Qui il teatro si fa metareferenziale, scopre le carte e strizza l'occhio allo spettatore; gli fa il verso e ride con lui delle umane miserie.

A e B sono due manichini animati, due personaggi che indossano i nostri panni (sporchi); sono icone­specchio delle nostre esistenze.

A e B sono i nostri avatar che agiscono nella virtualità (quantomai realistica) del teatro inscenando le nostre pulsioni, costruttive e distruttive, di vita e di morte.

Come in una casa delle bambole per (pseudo)adulti ­ci sono anche le caffettiere che parlano e cantano, vengono inscenate le esistenze di X coppie di personaggi che abito dopo abito, parrucca dopo parrucca, raggiungono l'inevitabile punto di non ritorno.

Il "dilemma del porcospino" di Schopenhauer trova infatti conclusione soltanto con la morte: quando ci si trova incastrati in rapporti asfissianti, quando debolezze e nevrosi giocano ad un triste, incontrollato girotondo, la forza centrifuga fa montare il sangue alla testa: in quell'istante liberarsi dell'altro è l'irrazionale priorità per cui si può sacrificare tutto, anche la propria vita.

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