ELFO PUCCINI: SIPARIO – LA PALESTRA DELLA FELICITÀ ALL'ELFO PUCCINI

Anche alla felicità bisogna allenarsi, passando attraverso l'esercizio della rabbia, della violenza, del desiderio di sopraffazione; e dunque occorre una “palestra” in cui sfogare queste pulsioni, in cui sublimarle catarticamente e scaricare la tensione che suscitano nell'essere umano. Occorre un luogo “sospeso”, fuori dal tempo e dallo spazio reali, in cui vivono creature primordiali o provenienti dal futuro, in cui le teiere parlano (rivelando maggiore saggezza delle creature tradizionalmente reputate razionali) e in cui ci si uccide con pistole di plastica, e per tornare alla vita basta raccogliere una nuova maschera dal pavimento.

Sette scene e una sola storia che si ripete; «non c'è un inizio, non c'è una fine», solo un alternarsi di personaggi umoristici che mettono in scena la natura tragicomica dei rapporti umani: una madre che ossessiona il figlio («troppo sensibile, troppo delicato […] un perdente, un molle») con sproloqui insignificanti suscitati da un aneddoto sulle «cozze»; un donna col mal di testa che chiede al compagno perché, pur trovandola attraente, preferisce il corso di apnea piuttosto che dedicarle del tempo nel week end; un marito razzista e prevaricatore che schiaccia la moglie sotto il peso della sua cultura («Io ho studiato; ho sostenuto due esami sulle figure retoriche nel Petrarca e due esami di semiologia e critica lessicografica nei Vangeli apocrifi […] Se dico una cosa è perché la so […] Se non hai cultura non sei nessuno; tu non hai spessore, non esisti»); una coppia senza figli, con un «rapporto morboso» con i propri pesci («Gli fai del male con i tuoi comportamenti concessivi e lassisti, dandogli da mangiare di nascosto quintalate di plancton») ma di fatto incapace di riconoscersi («Chi sono io per te? […] Chi sei tu che porti la parrucca?») e perfino di litigare.

Vite qualsiasi in scenari domestici, dialoghi inconsistenti (talvolta trasformati in monologhi da personaggi troppo ingombranti), morti tragiche, eccessive e assurde; “scene” (in senso letterale) tenute insieme da due personaggi (Marta e il suo collega attore e aspirante innamorato) che si interrogano su come continuare la recita, su quale parte assumere in modo definitivo e su quale direzione dare alla trama. A loro è affidata la riflessione metateatrale sullo spettacolo fittizio quale “luogo” per dare forma e voce alle situazioni che nella vita realmente vissuta si caricano di un'assurdità, un'ironia e talvolta una tristezza che possono risultare insopportabili: «Se tu mi sposassi, almeno ci sarebbe una storia d'amore»; «Io non posso sposarmi […] l'amore non buca, la morte sì». Dunque il finale di ogni storia (recitata o reale), della vita stessa, del mondo intero, deve essere tragico, perché «quando sembra che non ci siano ostacoli, nessun apparente impedimento al compiersi della felicità, si verificano fraintendimenti, inceppi che ci lasciano tristi, basiti, senza parole: che fregatura».

Lo spettacolo (gli spettacoli?) sapientemente costruito ed egregiamente interpretato dai protagonisti, rappresenta allora una “palestra”, una parentesi di riflessione sull'«umanità che cammina» verso la felicità o la bellezza, portandosi dentro «un qualcosa, che non è propriamente una domanda» ma un desiderio, un bisogno, una ricerca d'impossibile onnipotenza … «mentre a casa, accartocciata in un angolo c'è la vita».

Elena Russo Arman e Cristian Gianmarini, nuovamente fianco a fianco sui palcoscenici dell'Elfo, prestano la loro arte agli appartenenti a questa umanità in cammino, assumendo personalità molteplici (tutte perfettamente credibili pur nella loro carica umoristica) e riservando un piccolo spazio al loro alter ego di artisti, attori che riflettono sull'obbligo di assumere maschere e sostenere il ritmo incalzante di una recitazione capace di garantire il colpo di scena, per non essere «buttati via» come «pedine inutili sulla scacchiera» della triste inutile impotenza umana.

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