ELFO PUCCINI: Called back. A proposito di Emily.

Elena Russo Arman ci consegna uno spettacolo che è un miracolo di sottigliezza dove a colpi di suggestioni evocative è ridisegnato l'universo umano e poetico di Emily Dickinson.

Dopo più di due anni di lavoro e la tappa intermedia delle performance alla Fondazione Mudima di Milano (10 dicembre 2012, anniversario della nascita e 15 maggio 2013 anniversario della morte della Dickinson) ha debuttato al teatro dell'Elfo l'atteso spettacolo di Elena Russo Arman, regista e protagonista della pièce.

Entro una scenografia verniciata di bianco e rischiarata da una fila di lampadine ad incandescenza che scendono dal soffitto come a legare la terra con il cielo Emily srotola il proprio universo creativo per sussulti e suggestioni indaffarata con gli accadimenti dell'intimità e con l'ignoto. In un gioco di rimandi continui tra il dentro ed il fuori l'affresco della poetessa emerge con straordinaria e toccante forza visionaria. L'intero spettacolo è attraversato dalle interferenze acustiche della chitarra elettrica di Alessandra Novaga che crea una scatola sonora sintonizzata con l'anima della protagonista mentre tutto intorno l'ambiente prende vita plasmandosi su tagli di luce che, nella loro luminosa astrazione, diventano manifestazione palpabile di quello spazio illimitato che è il suo immaginario creativo.

Emily dall'aria perennemente gaia trova presenze amichevoli nel crepuscolo, nelle api e persino nel ronzio di una mosca udita negli ultimi istanti di vita. Visioni che per necessità di poesia possono assumere la forma di una circonferenza luminosa costruita dal moto rotatorio di una lampadina o di lettere imbucate in una casella della posta capace di fagocitare il suo stesso corpo. Un immaginario che si traduce in pensiero astratto ma al contempo lucido e concretissimo, un mazzo di gigli tenuto insieme dalla costante presenza del divino. E bastano gli impulsi di energia vitale innescati dal suono per convertire ogni minuscolo accadimento reale o astratto che sia in impulso creativo. Capita così di osservarla inerpicarsi lungo una scala a pioli che si arrampica verso il cielo, armeggiare con il gioco delle ombre in candide casette di cartone, infilare la testa dentro una scatola bianca per poi spalancarne le pareti a colpi di immaginazione. Tante casette per Emily o meglio, una sola casa ad Amherst, Massachusetts dove lei aveva scelto sé stessa e la solitudine. Qui d'altra parte abitava la vita vera, quello che immaginava e metteva per iscritto lo conservava per sé perché credeva che con la fantasia si potesse ottenere ogni cosa e percepiva la solitudine come la strada maestra per la felicità.
Emily Dickinson, avvolta nell'abito bianco e adornata da capelli tenuti in ordine da una semplice chignon, si muove sul palco assecondando il suo sguardo visionario nel tentativo di inseguire il significato, consapevole che questo si presenta nella forma dell'enigma. Come in un gioco di specchi il volto e la voce di Elena Russo Arman si scompongono moltiplicandosi tante volte quanti sono i possibili spettatori. Dalla molteplicità si accede all'unità dell'essere ma i messaggi sono sempre frammenti. L'escamotage di un microfono amplificato restituisce tutta la forza esplosiva del linguaggio senza tempo di una poetessa capace didialogare attraverso i secoli.
Uno spettacolo che non si dimentica.

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