ELFO PUCCINI: La mia vita era un fucile carico

Come tradurre in teatro un testo puramente poetico e raccontare la storia di una donna dell'Ottocento la cui esistenza appare a noi lontana mille miglia? Ci ha provato Elena Russo Arman che ha costruito uno spettacolo breve ma intensissimo, tutto basato su un minimalismo che affonda nell'assoluto. Il bianco è assoluto e racconta di neve, i colori raccontano dei cieli all'alba, i verdi parlano di boschi in cui passeggiare, osservando fiori e uccellini, pettirossi e lumache, rane e insetti con cui entrare in contatto empatico e umano, affettivo, emozionante. Al Teatro Elfo Puccini, in Sala Fassbinder, è andato in scena "La mia vita era un fucile carico (being Emily Dickinson)"; lo spettacolo, il cui titolo si ispira ad un libro sulla vita della poetessa scritto da Lyndall Gordon, dipinge un impressionante affresco dei pensieri e dell'attitudine di una donna lontana, che avrebbe forse voluto essere altro ma, considerando la realtà nel New England nella prima metà del 1800, dove la condizione femminile non permetteva alcuna fantasia, si rinchiuse in casa coi genitori, la sorella Vinnie, il fratello Austin e la di lui moglie, Susie, che sarebbe diventata sua cara amica.

Questa storia ce la racconta Elena Russo Arman, regista oltre che protagonista unica, sul palco assieme ad Alessandra Novaga, musicista che si presenta accanto a lei con una chitarra elettrica suonata spesso con l'archetto come fosse una viola o un violino, oppure perfino poggiata su un tavolino e colpita con un foulard di chiffon bianco estraendone suoni elettrici e ritmici davvero insoliti. Maestosa la messa in scena, ancora della Arman come pure i costumi, bellissima la scelta dei testi, tradotti da Silvio Raffo e Margherita Guidacci. Le luci di Cristian Zucaro e i suoni di Giovanni Isgrò completano questa preziosa composizione la cui unica macchia, a mio avviso, è ravvisabile in un improvviso aumento del volume sia della voce che della chitarra elettrica che rende davvero caotica la comprensione; al di là di questa parentesi tutta la recitazione, una vera perla di osservazione e interpretazione senza soggetto ma solo col pensiero, rende la piéce un vero gioiello. Sempre che si ami la poesia, che nutre da sempre le anime più di qualsiasi buon cibo.

Come ricorda Italo Calvino, si potrebbe accostare la poetessa americana a Giacomo Leopardi benché lui accarezzasse maggiormente l'indefinito, mentre lei non lo amava. Nata nel 1830 ad Amhertz, nel Massachussets, vi muore il 14 giugno 1884, a soli 54 anni, col viso intatto e i capelli nerissimi come ne avesse avuti venti di meno. Il sipario è già aperto mentre il pubblico si accomoda e lei comincia a muoversi, elegante e capace di riempire il palcoscenico. Una luce che simula una candela, il suono della chitarra e subito sentiamo "Cara cugina, qui c'è stato un incendio nella notte…" a ricordare subito che anche le lettere scritte sono una parte incredibile del suo lascito letterario. Non pubblicò alcunché in vita ma la sorella Lavinia, con l'amica Mabel Todd, pubblicò un volume di poesie nel 1890 che si rivelerà il primo di una lunga serie.

Nei primi decenni del Novecento un nipote trova altre 300 poesie che vengono pubblicate e infine soltanto nel 1955 T.H. Johnson riordina e pubblica in ordine cronologico e in tre volumi ben 1775 poesie; e se ne troveranno ancora altre in seguito. "Non aver paura" la rassicura la sorella durante l'incendio da cui la madre invece sembra non svegliarsi più, quella notte. Il racconto è subito appassionato, musicale, sussurrato e gridato, meglio quando solo parlato e colmo di immagini chiare, significative. "Noi stiamo recitando e morire a teatro non è vera morte" racconta Emily-Elena. "È più prudente sognare…". Belli anche i versi più noti, da cui molti artisti contemporanei hanno tratto musiche per canzoni e ballate. "Se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo, allora so che è poesia" afferma con movimenti lenti, ieratici e sorrisi improvvisi, pochissimi, i grandi occhi sgranati verso il mondo. "Ho spedito una lettera al mondo ma il mondo mai ne scrisse a me".

Per certi versi ho pensato ai primi allestimenti di Bob Wilson di tanti anni fa, un po' sperimentali ma affascinanti. Oggi la Dickinson è una delle firme più importanti nella letteratura angloamericana e si sono susseguite sia tante traduzioni nel mondo intero quanto numerose opere di studio su di lei. Personalmente oserei immaginare che, non potendo ribellarsi ai costumi che la relegavano a regina del focolare, Emily abbia cercato di opporre resistenza evitando di sposarsi benché amasse l'idea dell'amore. Forse in conflitto col padre, non lascerà mai la casa paterna e si comporterà come in un certo senso hanno fatto i primi hippies degli anni '60: si è ‘trasferita' in un luogo solitario assoluto, isolata dal mondo e dalle sue realtà nel tentativo di cogliere l'assoluto dell'anima, di afferrare il senso divino della vita per poterlo descrivere.

Ha certo ispirato molti altri artisti venuti dopo di lei, meno propensi però a scegliere l'eremitaggio, offrendo spunti poetici davvero sensazionali come questi versi tratti dalle sue raccolte: "Non avessi mai visto il sole, avrei sopportato l'ombra ma la luce ha aggiunto al mio deserto una desolazione inaudita". E ancora: "Portami il tramonto in una tazza, conta le anfore del mattino, le gocce di rugiada. Dimmi fin dove arriva il mattino, quando dorme colui che tesse d'azzurro gli spazi. Scrivimi quante sono le note nell'estasi del nuovo pettirosso tra i rami stupefatti, quanti passetti fa la tartaruga. Quante coppe di rugiada beve l'ape viziosa…?".

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